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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

Alcest: Sapphire
Magliette fuorvianti per confondere la fanbase metal
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L’eterna indecisione tra bruciare le chiese e guardarsi le scarpe.

Alcest
Sapphire

In ormai quasi vent’anni di carriera, gli Alcest hanno dimostrato di trovarsi perfettamente a loro agio con l’arte di tirare a campare nel ruolo di outsider. Troppa grandeur e magnificenza per la notoriamente intransigente scena black d’oltralpe, ma altrettanto eccessivamente oscuri e tenebrosi (e senza nessun rimorso al riguardo, peraltro) per i ristretti e spocchiosi circoli post-rock attorno a cui – volenti o nolenti – sono finiti più volte a orbitare.

Così è andata che il capelluto duo – almeno in termini di hype – ha fatto pochi passi oltre la natia Bagnols-sur-Cèze, ben felice di crescere in una sorta di beato isolamento e maturare – senza pianificarlo particolarmente a tavolino, né esagerare più di tanto sul lato della weirdness – in una genuina singolarità musicale.

Non è un caso, infatti, se per parlare di Neige e Winterhalter (ed ex compagni) a un certo punto qualcuno ha dovuto inventare il termine “blackgaze”, ovvero nient’altro che un ossimoro reso pseudo-genere musicale. Nel senso, cosa potrà mai accomunare la furia insita nella prima metà della parola con l’immagine evocativa di musicisti quasi immobili, occupati a guardarsi le Converse slacciate? Vai a sapere. Ma tant’è. Alla fine basta buttarci un “post” davanti per mettere tutti d’accordo, no? E allora vada per post-metal.

Il nuovo Spiritual Instinct continua su questa strada, qualunque essa sia. Da un lato alimenta il fraintendimento a forza di dettagli (in)significanti (tipo indossare la t-shirt degli Slowdive nel teaser del disco), dall’altro non fa che candidarsi per l’ennesima volta a solido ponte immaginario tra gioia e malinconia, ordine e caos, bellezza e orrore, da cui sporgersi nel vuoto per goderne l’effettivo equilibrio.

Magari serve un po’ di tempo (e di impegno) per sfogliarne via tutti gli strati. Ma una volta superata quella fase, sarà facile trovare ancora la solita, splendida band. Superbamente capricciosa, serenamente sicura di sé. A conti fatti, sempre significativa.

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