Nick Cave & The Bad Seeds: Ghosteen
Nick Cave &... ma dove sono finiti i Bad Seeds?
 
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Le vittorie e le sconfitte dello spirito. E tutta la poesia che sta nel saper perdere.

Nick Cave & The Bad Seeds
Ghosteen

AAA cercasi Bad Seeds disperatamente. Qualcuno li ha visti? Se lo sono chiesti un po’ tutti nel corso di quest’ultima era del mastermind Nick Cave. Almeno quella capitanata da Warren Ellis e dal suo estro barbuto, che ha condizionato non poco l’andamento compositivo del conterraneo più smilzo.

E qui, nel global streaming Youtube, senza nessun singolo, nessuna anticipazione, ci appare un nuovo – doppio – lavoro targato Nick Cave & The Bad Seeds: Ghosteen. L’ultimo tassello della trilogia che comprende Push The Sky Away e il precedente Skeleton Tree. Una nottata che ha tenuto incollati più di 50.000 fan (così le visualizzazioni a poche ore dopo la diretta iniziata alle nostre 23.00).

Una prima parte contenente le canzoni “figlie” (otto pezzi piuttosto canonici dell’era Ellis) e due altri pezzi più lunghi, che rappresentano i “genitori”, intervallati da uno spoken word. Tutto estremamamente minimale, con la band di supporto che sembra comparire più nel nome sulla copertina che nella musica, fatta con qualche synth e poco altro: piano e voce in primo piano. Come qualcuna delle ultime colonne sonore, insomma. Ma la carne al fuoco è molta su cui dibattere (ed è forse ancora presto per essere oggettivi…).

Innanzitutto ci chiediamo come possa una band di calibro eccelso tacere totalmente dietro armonie sintetiche che ricordano i Boards Of Canada: quelli meno ispirati, per dirla tutta. Probabilmente non interessa molto offrire troppo dal punto di vista musicale e il tutto si concentra sulle parole e le sensazioni che questo spirito di migrazione (ghosteen) vuole portare alla luce.

«Well the moon won’t get a wink of sleep / If I stay all night and talk, if I stay and talk».

Nei dodici minuti della title-track, che rappresenta uno dei punti sicuramente più interessanti del lavoro insieme all’ultima Hollywood, il Re Inchiostro siede sul trono e le sue parole diventano l’unica stella da seguire in questo cielo orchestrato minimalmente, mai come ora così scarno, sintetico, essenziale.

«Love’s like that, you know, it’s like a tidal flow / And the past with its fierce undertow won’t ever let us go».

Una canzone sull’amore, sul saper perdere, sull’accettare un mondo che, tutto sommato, è davvero meraviglioso e ricco di bellezza. Anche in questo caso sembra difficile non guardare in alto e seguire le stelle che parlano, ancora una volta, con la voce di un poeta. Oggi voce di vittoria e sconfitta.

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