Lightning Bolt: Van Halen 2049
Fulmini a ciel sereno
 
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I Van Halen ai tempi del remake di Blade Runner.

Lightning Bolt
Van Halen 2049

Pace in terra agli uomini di buona volontà. E anche a coloro che ancora una volta riescono a sopravvivere a un nuovo ascolto delle proiezioni musicali deviate di Chippendale e Gibson.

C’è da dire – però – che Sonic Citadel, uscito lo scorso 10 ottobre per Thrill Jockey, è forse il lavoro che rende i Lightning Bolt maggiormente accessibili e alla portata di un pubblico più ampio. Sembrerà ironico, una volta che uno preme play per un brano come Van Halen 2049, e infatti potrebbe benissimo esserlo. D’altro canto è vero anche che il caro e vecchio rock’n’roll sembra essere entrato di soppiatto nelle vene di questo nuovo feroce e caustico parto del duo di Providence, Rhode Island.

Contornata da pezzi come Don Henley in the Park (sì, il batterista degli Eagles) e la funambolica Hüsker Dön’t (già, proprio il gruppo di Bob Mould), la canzone finale del settimo lavoro dei Lightning Bolt è ancora portavoce di quell’espressività letale, corrosiva, micidiale che rende la band una delle più aggressive nel panorama musicale di oggi.

Più di vent’anni di riff di basso spregiudicati e una batteria inarrestabile: nel nostro immaginario malato, gente come Stravinskij, Russolo, Stockhausen potrebbero tranquillamente indossare la maglietta di una band come questa e – anche in questo panorama neo-bladerunneriano – sopravvivere fieri all’ascolto di nove minuti così, dove il noise, il math, il nu-jazz e i Black Flag ci ricordano che siamo ancora vivi.

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