Hawkwind: Flesh Fondue
E anche oggi andiamo a funghi!
 
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Si può uscire vivi dagli anni della psichedelia? Sì, se si è al comando di una macchina d'argento.

Hawkwind
Flesh Fondue

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Ogni volta che esce qualcosa di nuovo degli Hawkwind la domanda che uno si pone è: ma come fa Dave Brock a essere ancora vivo?! Si è calato letteralmente di tutto, a vederlo sembra il nonno sfatto di Keith Richards, ha seppellito pure il suo vecchio compare Lemmy che sembrava immortale. Eppure…

Eppure nonostante sia rimasto l’unico superstite storico a portare avanti la band (alla fine Richard Chadwick, pur sembrando il nipote di Gandalf il bianco è entrato solo nel 1988 mentre gli altri membri sono storia più recente) riesce sempre a lasciare l’ascoltatore a bocca aperta.

Bisogna essere davvero puntigliosi per trovare un difetto a Flesh Fondue, piccolo gioiello space-rock dei giorni nostri (suoni e produzione a parte potrebbe essere benissimo un brano del 1971) per un viaggio lisergico tra galassie lontane e funghetti allucinogeni. Tirata e pimpante, lascia che i pochi neuroni rimasti intatti fluttuino senza meta nel breakdown centrale per poi riprendere il loro vagare verso l’ignoto accelerando il passo.

Come un vecchio Pelé che fa due palleggi nel cortile di casa, i nostri saranno ormai fuori dalle regole del gioco moderno, invecchiati, senza più lo scatto felino e la fame che ne esaltavano lo spirito. Ma la classe, quella è rimasta intatta. Giù il cappello. E che il viaggio cosmico abbia inizio ancora una volta.

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