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Tinariwen: Kel Tinawen
The desert boys
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Le sabbie mobili della psichedelia Tuareg.

Tinariwen
Kel Tinawen

Per tutti gli amanti della psichedelia contemporanea non è una novità che buona parte del genere attinga ormai dai ben più ampi territori della cosiddetta world music. Forse è stato così sempre, ma oggi ce ne accorgiamo in misura maggiore. Poco importa, in ogni caso, se lo spirito dei Seventies hendrixiani riscopre il suo vero essere in nuovi territori.

La madre Africa, culla della civiltà. Questo è sicuramente uno dei luoghi dove le fumose atmosfere del deserto fanno venire a galla delle realtà musicali di culto, che divengono presto paladine di una nuova maniera di fare musica. È il caso della regione di Tessalit, nel nordest del Mali, e dei Tuareg Tinariwen, che tornano con l’ancora interessantissimo Amadjar, in cui figurano le collaborazioni di Warren Ellis (Nick Cave, Dirty Three), Stephen O’Malley (Sunn O)))), Micah Nelson (figlio di Willie Nelson e chitarrista di Neil Young) e altri bei personaggi.

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Con Kel Tinawen – che presenta il featuring con Cass McCombs (altro nomade cantautore, però statunitense) – appare ancora una volta ben chiaro il modello tishoumaren (un mix tra blues, world music, rock e spirito Tuareg) nella sua forma più efficace. Soprattutto all’orecchio del musicofilo bianco occidentale cresciuto col mito di Woodstock (o forse non lo siamo un po’ tutti qui?). Perfettamente funzionante nel suo tripudio di percussioni e svarioni acustici da tenda e deserto sahariano.

Se all’inizio (e forse nel pieno dell’oggi) avevamo parlato di moda, è però necessario considerare come suoni di questo tipo siano frutto di cultura, storia, cuore e spirito vero. Ibrahim Ag Alhabib, il fondatore del progetto, ha suonato nei campi dei rifugiati in Algeria, si è unito alle proteste mediorientali, ha spacciato cassette attraverso tutto il Sahara. Capiamo quindi facilmente per quale motivo venissero chiamati in lingua tamashek Kel Tinariwen, ossia “la gente dei deserti”, o – come ci piace sempre immaginarli – “the desert boys”. E la moda si inchina qui alla vera musica.

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