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DIIV: Blankenship
Tenere la testa al caldo per far fermentare le buone idee
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Verso il lato oscuro del confessionale: andata e ritorno.

DIIV
Blankenship

I DIIV sono una roba che ha rischiato di finir male. E, come tutte le robe che soltanto rischiano di finir male ma poi si tirano su dagli impicci sulle proprie gambe, ora stanno in piedi più convinti di prima. Quel che non ti ammazza ti fortifica, no? O, male che vada, ingrassa.

Un debutto acclamato all’unanimità e un seguito che ne ha raccolto i pezzi nel modo migliore che si potesse pensare. Nel mezzo, tre anni di documentato e dichiarato delirio, costantemente sull’orlo di mandare in vacca una delle realtà più promettenti degli ultimi dieci anni, senza (ri)passare dal via.

In ordine crescente di pericolosità: scazzi con gli altri membri della band, dipendenze pesanti da droghe di svariate composizioni chimiche, una relazione tutta pepe con Sky Ferreira. Se ne esci pulito e relativamente profumato, poi non può che essere tutta discesa. Chiedete conferma a Zachary Cole Smith.

Il terzo capitolo della questione si chiama Deceiver e ha appena visto la luce. Blankenship ha solo il compito di farci venire l’acquolina in bocca e ci riesce con la facilità con cui si ruberebbero le caramelle a un bambino. Un bambino cieco, per la precisione. Lo fa scegliendo un’alchimia che rasenta la perfezione: prende ingredienti di cui conosciamo benissimo il sapore (il noise di scuola Sonic Youth, una certa dark-wave che richiama i Cure, uno shoegaze sperimentale che va a pisciare nel giardino dei TOY) e li accosta con un garbo disarmante. Poi ci aggiunge un paio di stacchi inaspettati – che sanno più di Deafheaven o Neurosis che di tutto l’ambaradan di cui sopra – ed è praticamente fatta.

Abbiamo di fronte un progetto che cresce di disco in disco con una pendenza da maglia a pois. Di questo passo, è complicato immaginare dove possa arrivare.

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