Violent Femmes: Hotel Last Resort
Quasi sessant’anni (e un paio di improbabili occhiali da sole) portati bene
 
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Il coraggio di gettare il cuore oltre la barriera (dell’età) e il conforto di non trovarci sorprese. (attenzione: contiene tracce di #GoT)

Violent Femmes
Hotel Last Resort

Se, come il 99% del mondo emerso, state intrippati con il batticuore a esultare o a disperarvi per il prossimo morto che vi aspetta tra i ghiacci de Il Trono di Spade, allora le femmine violente sono il vostro pane quotidiano.

Se invece la vostra voglia di massacro si limita a quella pacata rivoluzione d'altri tempi, in cui una sorta di intelligenza sveglia e sarcastica andava a cavallo di qualche chitarra acustica e che gli antichi chiamavano folk-punk, allora ogni nuovo disco dei Violent Femmes è un sospiro di sollievo e una salvifica botta di calore nostalgico contro qualunque forma di modernismo musicale.

Perché è vero che l'inverno sta arrivando, ma anche la menopausa non scherza.

Comunque, tornando all'improbabile parallelo, nel primo caso sarete così avvezzi ai colpi di scena che ormai vi passa un brivido lungo la schiena solo quando non succede nulla; nel secondo, la situazione è esattamente l'opposta: se incontrate una deviazione fuori dalla file di impronte di uno dei classici giri country-blues, vi sale subito l'ansia.

Tranquilli. Hotel Last Resort è qui per confortarvi e, come recensione, basterebbe la prima metà del suo verso iniziale. «I don't change the chords anymore», infatti, è più una dichiarazione di intenti che un'ammissione di incompletezza.

È la lezione che Gordon Gano e compagni hanno imparato in quasi quarant'anni di carriera, ovvero che la complessità è sopravvalutata e che una canzone funziona sul serio solo se è buona per essere suonata attorno a un falò sulla spiaggia.

Certo, se poi a cantarla ci metti il vocione di Tom Verlaine dei Television, allora vuol dire che vuoi vincere facile davvero e anche gli Estranei faranno fatica a non sciogliersi.

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