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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

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The Gentlemens
John Q Public Blues

Il tempo è galantuomo, dicono gli inguaribili ottimisti che hanno tempo da perdere e ancora stanno lì a sperare che l’attesa lenisca le ferite. Se il tempo in questione traballa in bilico su dodici battute, però, si chiama blues e su quelle ferite, al contrario, ci butta il sale o uno schizzo di whisky. Niente di sadico: è solo il suo mestiere e lo fa al meglio perché per quello è stato creato.

Qui i galantuomini sono tre e lo ribadiscono sbagliando due volte il loro stesso plurale. Trucco che funziona alla grande, se non altro per distinguersi nell’affollato gruppetto di gente per bene che ha fatto capolino negli annali della musica rock, iniziando da (link: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Gentlemen_(Dallas_band%29 text: certi tipi di Dallas) negli anni ‘60, passando per Seattle con (link: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Gentlemen_(Seattle_band%29 text: gli amici di Duff McKagan) a fine ‘90 e, infine, giungendo nella Sheffield dei giorni nostri a suon di disco-pop. Ricerca interessante, questa sui “gentlemen” in giro per il mondo, ma che rischia di portarci fuori tema.

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Perché qui il tema è se sia possibile – allo stato attuale delle cose e soprattutto in questo paese – riuscire a far esplodere sul serio l’ossessione di Jon Spencer, senza per forza tirare in ballo le scazzottate western all’italiana di Carlo Pedersoli e Don Matteo. La risposta, positiva, è partita da Ancona e ha dovuto sbadilare chili e chili di bitume per asfaltarsi la sua personale autostrada del Brennero fino a Berlino, dove ha trovato l’etichetta giusta per le proprie ambizioni.

Due chitarre e una batteria. Raramente, quando serve, un’armonica e qualche accenno di strumento con i tasti da pigiare (organo, synth o qualunque nome volete dare al Maligno). Tutto il resto è grasso di suino poco addomesticato che cola in un irresistibile “bukkake” di pentatoniche sguaiate quanto basta, sparato sui vostri brutti musi senza avvertirvi prima.

Una roba così anziana e sudicia da doverla portare in giro con la flebo attaccata, ma che sa travestirsi bene per andare a roteare la borsetta sui viali di un’attualità inaspettata e lasciarvi mezzi ignudi su una spiaggia deserta alle cinque di mattina, persi in un’alba offuscata dalla puzza di alghe marce e concime biologioco a chilometro zero, dentro un’atmosfera che odora di conceria così sconcia che per un attimo ti sfiora il sospetto, fortissimo, che un “typo” malizioso e consapevole ci sia pure nel titolo di quest’ultimo singolo.

Che il blues del vecchio, caro, quasi anonimo John fosse “pubico” prima ancora che “pubblico”?

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