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Avete già ordinato gli occhiali giusti per non rimanere abbagliati all’arrivo della cometa?

The Comet Is Coming

Summon the Fire

La cometa sta arrivando e, come vuole la tradizione, si porta appresso, ben aggrappati alla sua coda imbizzarrita, tre Re Magi esotici e un po’ fuori dal coro. King Shabaka è quello Shabaka Hutchings che l’hanno scorso ha fatto ufficialmente il botto con i suoi Sons of Kemet, mentre i due alfieri che seguono i capricci del suo sax con malato compiacimento hanno nomi da androide – Danalogue e Betamax – ma all’anagrafe sono registrati come dei banalissimi Dan Leavers e Max Hallett e stanno rispettivamente dietro ai synth e alla batteria.

Insieme intrecciano un tappeto elettronico estremamente ballabile, fatto di frasi semplici e ripetitive ma dalle ritmiche irresistibili, che con naturalezza sorprendente regge il moccolo a sbrocchi di letale logorrea solista.

Un azzardo futurista troppo bello per essere vero e, infatti, il tutto butta un occhio anche ai tempi andati, chiamando al banco dei testimoni lo spettro di Alice Coltrane, ma solo per sgambettarlo e farlo cadere di faccia dentro cosmiche pozzanghere ricolme della pioggia acida di Blade Runner. È come se Sun Ra avesse firmato per la DFA o se gli LCD Soundsystem fossero stati violentati nei camerini di un jazz club e poi spediti in orbita a raccontare la loro esperienza ai marziani.

Il loro secondo album, Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery, già dal titolo dichiara di voler proseguire con ancora più convinzione sulla rotta interstellare di un improvvisato delirio mistico-psichedelico, eppure promette di riuscire a tirare le fila del discorso e di "rispondere a domande universali con verità e suoni altrettanto universali".

Anche a costo di doversi inventare di sana pianta entrambe entrambe le cose.

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