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Dressed for success

Stephen Malkmus

Viktor Borgia

«Mi son sentito come le mie figlie quando giocano con l’iPhone, smanettando su quelle app con cui si creano avatar ipotetici scegliendo taglio di capelli, colore degli occhi, stile dei vestiti, con rapidi gesti di drag&drop buoni per vedere l’effetto che fa ed eventualmente buttare tutto nel secchio e riprovare da capo».

Sta parlando del lavorare comodamente seduto a una scrivania, davanti a un software di editing audio, trascinando in giro forme d’onda e applicando loro effetti virtuali o algoritmi di warping e – messa così – non è che sia un bello spot per la musica elettronica, apparentemente degradata a una superficiale versione 2.0 di Gira la Moda applicata alla composizione con le sette note.

E invece, a quanto pare, si è divertito da matti. Tutto sommato, dopo trent’anni passati a chiedersi semplicemente se fosse meglio usare una Fender o un Gibson, ritrovarsi a leggere la lista degli infiniti VST disponibili dietro la scatola di Ableton Live deve essere stato come l’impatto iniziale di un bambino nepalese con il cesto delle palle colorate all’IKEA o il trionfale esordio di un cucciolo di cane antidroga alla sua prima serata reggae: così emozionante da non sapere da che parte cominciare.

Viceversa, chissà, ha riso meno la casa discografica, che ha provato a uscire dall’impasse proponendo un compromesso del tipo: "ok, mettiamo questa cosa un attimo da parte e intanto pubblichiamo un disco figo come quelli tuoi soliti".

Immagino che, nella mente di quelli della Matador Records, fosse un tentativo in extremis, tipico della gente presa in contropiede e incapace di fare niente di meglio – se non attaccarsi alla classica strategia che, in genere, si adotta di fronte agli scleri dei matti o dei vecchi dementi: prendere tempo, sperando che nel frattempo l’interlocutore si dimentichi della sua stessa idea bislacca.

Stephen Malkmus non ha fatto una piega, ha atteso giusto il tempo di vedere l'album in questione far bella mostra di sé in tutte le classifiche di fine anno e poi è tornato alla carica, a batter cassa con la faccia come il culo che si ritrova. Così, a metà marzo, la sua prima opera solista interamente creata al computer vedrà ufficialmente la luce.

L’ha intitolata Groove Denied: un po’ per polemica, un po’ per scaramanzia, ma soprattutto perché l’(auto)ironia e il sarcasmo di fondo che da sempre lo contraddistinguono sono rimasti piacevolmente intatti (chitarre o non chitarre).

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