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Soccer bootpunk di periferia

Sex Pizzul

Mounir

Come Igor Protti e Dario Hubner, i Sex Pizzul hanno debuttato in serie A un po’ in ritardo rispetto alla media, partendo dalla provincia alla conquista della classifica dei cannonieri, forti di un’idea originale e ottime doti nell’antica arte di rapinare l’area piccola, che hanno permesso loro di approfittare dei meccanismi difensivi ancora poco rodati dell’indie italiano (a forza di sane pedate).

La band fiorentina torna a mischiare rock sguaiato e pallone, new wave elettronica ed estetica ultras con un mestiere da far invidia a Nick Hornby, portando a galla il lato più nascosto e godereccio di un’ipotetica “Bruno Pizzul Experience” a 360 gradi (centigradi), e promettendo di regalarci ancora un disco d’altri tempi.

Anticalcio uscirà a settembre, ma già dal titolo ribadisce l’idea del suo predecessore: una musica da ballare marcando a uomo e da ascoltare con la radiolina all’orecchio, mentre poghiamo con (e contro) pochi eletti sulle gradinate dei peggiori campi di periferia – e altoparlanti vecchi come il cucco gracchiano oltre la recinzione una sorta di "anarchy in the UISP" corale.

Mounir arriva a campionato finito ma perfettamente in tempo per la Coppa d’Africa e, vista la storia che si porta appresso, probabilmente non è una coincidenza. Lo chiamano “mundial-disco-punk”, è insaporito con una manciata di spezie che sanno di Maghreb e fonde in maniera amabilmente maccheronica una babele di arabo, italiano, inglese, portoghese e russo, per raccontare la vicenda di un giocatore marocchino abbagliato dal sogno dell’ingannevole e lussu(ri)oso mondo calcistico occidentale.

Verosimile, pure troppo.

(con un paio di aggiustamenti, potrebbe essere la versione low-budget dell’avventura italiana di Al-Saadi Muammar Gaddafi – chiedete in giro a Perugia, se volete conferme e maggiori informazioni al riguardo)

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