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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Ryan Adams: Fuck the Rain
Stiff little fingers

Breaking news: non è più originale odiarlo.

Celebrare la grandezza di Ryan Adams richiederebbe troppo tempo.

(inutile definire il genio di chi, per sublimare un matrimonio andato male, ha coverizzato un intero album di Taylor Swift1989: secondo la scrivente, disco strepitoso. Inutile indugiare in descrizioni per uno ha passato metà della sua ventennale carriera a sentirsi gridare: “Oh, dai, facci ‘Summer of ‘69”)

Da quando ha mollato i Whiskeytown, nei primi anni ‘00, lo scarmigliato cantautore di Jacksonville ha raccolto intorno a sé una marea di hater. Questioni che, per un attimo, hanno dato troppo spazio al Liam Gallagher che c’è in lui, facendo passare in secondo piano i suoi (quasi sempre) grandi lavori. Che, comunque, sono arrivati, puntuali come orologi svizzeri.

Lo scorso gennaio, Ryan twittava: «Ricordate di quella volta in cui ho pubblicato tre album in un anno? Rifacciamolo!». Si riferiva al 2005, anno in cui sfornò Cold Roses, Jacksonville e City Nights. Poi ci ha fatto prendere un bello spavento, però: il primo capitolo della nuova trilogia era quasi pronto; undici brani fatti e finiti. E niente: tutti cestinati. Gli era morto un fratello, e sentiva il bisogno di scrivere “altra” musica.

E poi sono arrivati Manchester, Doylestown Girl e quest’ultimo, Fuck the Rain. Anticipano Big Colors, in uscita ad aprile per la Pax-Am Records. Un “very classic Ryan Adams”, con una chitarra che ricorda molto quella di John Meyer.

(in effetti, è di John Meyer)

Ryan Adams 

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