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Roberto Tax Farano & Paolo Spaccamonti: Young Till I Die
Per continuare a fare a cazzotti con la vita anche se quella ti ha già messo KO
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Piccoli segnali di resistenza umana, un messaggio di auguri e quel che serve di sana speranza.

Roberto Tax Farano & Paolo Spaccamonti
Young Till I Die

Young Till I Die è un vecchio “inno” di una band americana, i 7 Seconds di Kevin Seconds, così sguaiatamente punk che saresti pronto a scommettere che chi la cantava ci credeva davvero. Young Till I Die è una scelta di vita, perché il punk è una scelta di vita, almeno finché la vita stessa non sceglie di giocarti un tiro così punk che non te lo saresti mai aspettato. Young Till I Die è la voce di una speranza, perché permettersi di sperare dovrebbe essere un lusso garantito da qualunque carta dei diritti dell’uomo. Young Till I Die è una dichiarazione d’amore, lapidaria nel senso di lapide, piantata in una Spoon River privata, a metà strada da Torino e il più importante gruppo hardcore italiano di sempre.

È la negazione della resa, che dei Negazione è sempre stata la benzina, incisa sulla pietra dura da due musicisti che non credono nei miracoli, ma per natura si rifiutano di cedere alla rassegnazione. Musicalmente parlando, Young Till I Die – questa, Young Till I Die – è una cosa molto poco HC fuori ed estremamente HC dentro: dura come la scorza del suo nucleo che vorrebbe non abbandonarsi alla semplice commemorazione, appunto, eppure quasi dolce nel suo dipanarsi strumentale. Una cosa fatta con le mani di Paolo Spaccamonti e l’animo di Roberto Tax Farano, o forse viceversa, perché quando hai il cuore in mano tutto si confonde e distinguere i meriti non ha più importanza. Una cosa disegnata prevalentemente con le chitarre che, decise e screziate, procedono prendendosi il tempo che serve, con l’andatura lenta di chi sta cercando qualcosa. O qualcuno. O una via di mezzo, almeno.

Colpi di frusta dalla traiettoria aggraziata ma dall’effetto letale, su una lastra di vetro, luminosa e tagliente, che a tratti si lascia attraversare dallo sguardo di chi ascolta e a tratti riflette e abbaglia, ma non senza lasciare segni. A modo suo, indubbiamente, comunica.

Perché il bassista dei Negazione, Marco Mathieu, ormai da più di un anno e mezzo lotta prigioniero di un corpo inerte – il suo – e anche di gesti come questo ha bisogno per continuare a dirci qualcosa. Anche fosse solo per conto terzi, grazie a un abbraccio di feedback, a uno schiaffo arpeggiato, a un “buon compleanno” sussurrato fuori tempo massimo, per ribadire che lo spirito è duro a morire e che, anche se magari non potremo davvero arrivare a essere vecchi e forti, almeno c’abbiamo provato.

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