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Lil' Kim: Go Awff
Una botta di c...

“Piccola” ma pestifera.

Fondamentale, per la carriera della rapper Lil’ Kim, è sempre stato quello che il vecchio marpione R. Kelly definì poeticamente “booty” (tanto da volerla nel video della sua Feelin’ on Yo Booty).

Sono passati ben diciotto anni, da allora. Un bel lasso di tempo, che ha visto anche la nascita nonché lievitazione di Nicki Minaj; eppure la cantante mignon Kimberly Denise Jones resta la campionessa indiscussa del motto “tits and ass”.

Nel frattempo la ex ragazza, ora quarantaquattrenne, ha triplicato (?) il conto in banca, il curriculum vitae – che l’ha portata a diventare una delle hip hop grrrl più in voga della scena nerwyorkese – e, infine, anche la vocazione mai celata di non mandarle a dire. Proprio da questa sua ultima, personalissima attitudine nasce Go Awff.

Andarsene in quel posto dove lei ti manda richiede alcune abilità, però:

  1. sapersi esibire in un twerking selvaggio, fasciati in tutine di lattice fetish, mentre si è in aeroporto
  2. non badare alla scansione ipnotica dei ritmi magistralmente mixati da Soundwavve, che ti manda continuamente a “awff”, e proseguire a ballare
  3. non sentirsi impotenti di fronte a un dirompente “female power” che unisce forza di auto-affermazione ed esplicita carnalità (sì: la carne, quella “roba” che è passata di moda).

In questo senso, Lil’ Kim straccia le nuove starlette dell’hip hop dieci a zero: il suo fondoschiena è l’emblema street-style dell’anti-veganismo e il suo flow una raffica di insulti old-school che poco ha a che fare con qualsiasi compromesso “politicamente corretto”.

Lil' Kim 

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