75 Dollar Bill: Every Last Coffee or Tea
Quello che rovista tra i rifiuti non fa parte del gruppo, ma potrebbe
 
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Suonare come viene, quel che si vuole, con chi ci pare e chiamarlo world-jazz. Bella vita.

75 Dollar Bill
Every Last Coffee or Tea

Che Chen è un chitarrista in fissa con le scale armoniche tipiche della Mauritania; Rick Brown un percussionista che non si fa problemi a tenere il ritmo con qualunque cosa gli capiti sottomano, meglio se “bio” come un insignificante scatolotto di legno.

Il loro primo disco aveva un titolo che sembrava piuttosto la lista degli ingredienti di una ricetta, e suonava esattamente come ti saresti immaginato una volta annusate le cose apparecchiate sul tagliere. In quest’ultimo, invece, hanno deciso di tirar dentro tutto e tutti e, da semplice duo spartano, hanno toccato, in certi pezzi, le vette di un ensemble di dieci unità.

Every Last Coffee or Tea riassume bene l’intero doppio album negli 11 minuti esatti di una macchia di Rorschach fatta canzone: ognuno ci sente quel che ci vuole sentire, ci vede quello che gli altri non ci hanno ancora visto e vissero tutti felici e contenti. Sicuramente jazz (almeno, in prima battuta), blues, post-rock e folk. Poi un bel po’ del resto che può venirvi in mente, senza censure di sorta. Sapori ben poco occidentali, una furia sciamanica applicata al pentagramma e la preferenza dichiarata per certe distorsioni mai volgari ma sempre un po’ vagamente sudicie.

Il risultato? Complessivamente incongruo? Impegnativo da ascoltare? Che due maroni? Niente di tutto ciò, anzi.

Un esercizio perfettamente riuscito di multiculturalità inclusiva, viaggi nel tempo e nello spazio storico moderno e cameratismo musicale intensamente focalizzato.

Prendere John Cale, abbandonarlo in un posto a caso del Nord Africa con un cappello per l’elemosina e poco più di una ciotola per l’acqua e vedere cosa si inventa per cavarsela: se il termine “world music” ha ancora una qualche speranza di poter significare qualcosa, questa è la strada.

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