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Avrei preferito una decappottabile, ma hanno ascoltato qualche mio pezzo vecchio e mi hanno dato questo residuato hippie

Black Mountain

Future Shade

La ricetta dei Black Mountain ormai la conoscete tutti. In caso contrario, è presto qui riassunta: prendete gli Arcade Fire e fategli suonare qualcosa dei Black Sabbath. Dopo avergli infilato sotto la lingua qualche acido di quelli buoni, dico.

I riff pesanti di estrazione hard inglese, qualche ambizione prog (grazie a Dio tenuta senza particolari sforzi sotto controllo), un paio di cioccolatini pop mai troppo ammiccanti e quella sorta di atmosfera perennemente in bilico tra una "hippieness" consapevole e la psichedelia pura – virata oltre l’attrazione terrestre verso un moderno heavy-space’n’roll che ha permesso loro di condensare in una proposta praticamente unica tutta la serie di banalità appena elencate.

(almeno fino ad oggi)

Nei quattro album precedenti, la band canadese era riuscita a spalmare con gusto un’evidente ossessione “seventies” sulla superficie di quella che  era la sua versione amabilmente alternativa della storia del classic rock. A sentire questo nuovo singolo, invece, pare abbia fatto il famoso passo più lungo della gamba sulle scale mobili dello spazio-tempo, finendo direttamente a grattare l’uscio di certi riff cotonati che hanno reso celebri i peggiori parrucchieri degli anni ‘80.

Eppure tutto ha una spiegazione.

E qui la chiave di lettura sta in un semplice esame di guida, finalmente superato a pieni voti. Se infatti le persone normali la patente la prendono a vent’anni, Stephen McBean ha ben pensato di aspettare i cinquanta per togliersi questa soddisfazione e dare improvvisamente gas, lasciandoci attoniti e in parte spiazzati, avvolti dai fumi dei suoi tubi di scarico. Ma dopotutto si sa: con un bolide sotto il culo chiunque rincitrullisce un po’ e torna ragazzino. Senti il vento nei capelli, la puzza di benzina e di pneumatici bruciati, ti sale un po’ il tamarro dentro ed è subito Eye of the Tiger.

Così finisci per saltare a tempo con le curve disegnate dai Van Halen e a chiederti sconsolato perché – a te che volevi vivere una vita da rocker di strada dentro Out Runtutti questi benedetti, sedicenti critici continuano a infilarti imperterriti dentro le classifiche dei migliori dischi indie.

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