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Jason Schwartzman durante le riprese del nuovo film di Wes Anderson

Andrew Bird

Sisyphus

«I think My Finest Work Yet is my finest work yet».

Andrew Bird la butta sul ridere e non si concede false modestie. Anzi, come si suol dire, a questo giro proprio se la canta e se la suona. E tutto torna, alla fine. Da un lato, ironia a parte, quello appena uscito promette di essere sul serio il suo migliore album di sempre. Dall’altro perché un approccio del genere – cantarsela e suonarsela nel vero senso della parola – è il modus operandi a cui si è sempre attenuto per tutti i suoi undici dischi precedenti.

Polistrumentista, cantautore e fischiettatore dalla cultura sconfinata, raramente ha costruito i propri pezzi con uno spirito diverso dall’egoistica rimboccata di maniche tipica di una one-man band, per poi condividere il tutto con collaboratori di altissimo livello e ospiti ben noti al grande pubblico. Strategia che ha portato con sé innegabili frutti, ma anche un certo qual rischio di apparire supponenti e antipatici agli occhi degli dèi e far così la fine di Sisifo, appunto.

Qui il timore di una tale, amara sorte viene compensata dalla leggerezza di un giro di piano che più pop non si può e abbandonata a metà strada tra due incubi degni dei più sadici gironi danteschi. La drammatica precarietà di un equilibrio reso ancora più complicato dal peso ingombrante di uno sproporzionato capoccione di pietra – ogni riferimento alle dimensioni del suo genio è puramente casuale – e la futilità agonistica del criceto, ovvero quella spinta che ti fa pedalare a rotta di collo per poi scoprire che, in realtà, non avevi voce in capitolo riguardo alla direzione presa.

Insomma. Non importa essere stati dei nerd della mitologia classica ai tempi delle scuole medie, per trovare frustrazioni del genere vagamente familiari. Tutt’altro: basta avere una minima esperienza di vita vissuta in uno qualunque di questi giorni.

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