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Ian Curtis wannabe

The Twilight Sad

VTr

A volte, prima di riuscire a guadagnarsi l’attenzione della gente che conta, tocca farsi dieci anni di gavetta, quattro album di ottimo livello e innumervoli concerti nei peggiori bar d’Europa. Poi capita che ti scelgono per aprire un tour dei Cure e Robert Smith – con l’entusiasmo e la fiducia nel futuro che da sempre lo contraddistingue – ti concede un endorsement ipotetico del tipo "se il mondo fosse un posto migliore, questi ragazzi suonerebbero di fronte a folle oceaniche (e credo che se lo meriterebbero)", in cui dà appunto per scontato il fatto indiscutibile che il mondo sia invece un posto di merda e che, no, tutto ciò non succederà mai.

(grazie, Rob: sempre meglio che niente)

Perché? Al riguardo c’è una teoria linguistica tanto improbabile quanto affascinante.

Qualcuno sostiene che sia per via del pesante accento scozzese. Come dargli torto, in effetti. Messa così semplice, è addirittura un eufemismo, nel senso che la situazione reale è ben più drammatica. Per dire: James Graham, più che un orgoglioso cantore della tradizione orale nell’idioma di Braveheart, a me pare un polacco che tenta di parlare in inglese. Con scarsi risultati, tra l’altro. Una roba che, se non si fosse ritagliato il ruolo di frontman dei Twilight Sad, sarebbe pronto per la parte del detective Alec Hardy in Broadchurch, al posto del Doctor Who. E magari sarebbe anche più simpatico dell'originale.

Capisco che possa apparire una questione secondaria. Dopotutto essere attaccati alla propria terra è comunque un valore, il rock storicamente non si è mai fatto troppi problemi di dizione e non a tutti è concesso di avere la pronuncia perfetta di Florence Leontine Mary Welch, ma qui il rischio oggettivo è di sconfinare oltre il recinto del post-punk in dialetto. E da lì a immaginarsi scenari grotteschi come il bidello Willie dei Simpson che canta nei Tazenda è un attimo...

Sarebbe un vero peccato, visto che la verità è diversa e ci dice che, nell’oceano infinito di band che nel nuovo millennio hanno provato a scimmiottare certe sonorità darkeggianti e inquiete, figlie della delusione-punk di inizio anni ‘80, il quintetto di Kilsyth è tra quelli che suonano, se non proprio originali, quantomeno più onesti. Dove per “onesti” si intende che, proiettati in un potenziale, imminente futuro dominato da un esercito di “boy division”, assomiglierebbero più agli originali che alla loro parodia fatta boy band.

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