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Randy Houser: No Good Place to Cry
Masticando intensamente tabacco
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Il nu country che piace.

Randy Houser
No Good Place to Cry

Forse immaginate il country come un genere fatto da gente con dei grossi cappelli da cowboy, stivali con lo sperone, una scodella di fagioli a tracolla intorno alle orecchie e una chitarra a tamburo tra le mani… in effetti è così.

Questo genere rimane orgogliosamente ancorato ai propri stereotipi ammerigani e difficilmente se ne discosta per qualcosa di inaspettato.

Poi c’è Randy Houser, da Lake, Mississipi. Questa minuscola cittadina del sud è conosciuta anche per la strana forma delle proprie nuvole. Il suo pargolo la onora con un canto densissimo, indolenzito dall’amore e corroborato nella solitudine alcolica e iperglicemica.

Come in No Good Place to Cry: un titolo così tipicamente melodrammatico, da balera western dei Good Ol’ Boys, ma che designa una ballata profondamente blues, elegante, in cui si avverte più l’influenza di Elton John che di Willie Nelson.

Il video mette in scena la classica situazione da crocerossa country: una storia molto triste, fatta di padri morenti, relazioni travagliate, incomunicabilità e bar semivuoti. Eppure non c’è un briciolo di retorica: tutto fila via liscio lungo la schiena dell’ascoltatore, come una calda carezza al termine della notte.

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