Tracce 

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.
Manchester Orchestra: The Silence
Simboli fallici e come venirne a capo
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Giocare al gioco del silenzio facendo tutto il rumore necessario.

Come ogni vuoto o assenza, raccontare il silenzio è così complicato che, paradossalmente, vale tutto. Da un estremo a un altro: se John Cage aveva scelto il modo più ruffiano, regalandoci 4:33 minuti stracolmi di nulla, i Manchester Orchestra diciamo che, almeno trovano le parole.

The Silence è la traccia che – idealmente, concettualmente e cronologicamente – conclude il loro A Black Mile to the Surface, un album risalente ormai a quasi due anni fa e che nel 2017 fu in pratica del tutto ignorato in qualunque bilancio di fine stagione, ma su cui verseremo opportuni fiumi di lacrime di coccodrillo quando, tra dieci anni, faremo le classifiche di dieci anni fa.

Non c’è niente di male: dopotutto rivalutare le cose a distanza di tempo (anche fossero solo i propri silenzi), dovrebbe essere come minimo di buon auspicio per fare i prossimi resoconti meno alla cieca.

Quando si tratta di una canzone, l’onore (e l’onere) della chiusura del cerchio spetta all’ultimo verso e qui, nello specifico, «Let me open my eyes and be glad that I got here» riporta tutto (e tutti) a casa, mandando a quel paese Thomas Stearns Eliot e Tiziano Terzani, Gotthold Ephraim Lessing e i creativi della Campari, le teorie dell’amore tantrico e la pratica dell’eiaculazione precoce o, in generale, tutti quei gran cervelli che non hanno comunque voluto perdere l’occasione di pontificare su percorsi, punti di arrivo e prospettive di raggiungimento di miraggi all’orizzonte.

Perché magari è vero che il bello del viaggiare è il viaggio in sé e non la meta e che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, ma anche sapere dove si sta andando e – magicamente o meno – ritrovarsi proprio lì, conforta come la conclusione di un’odissea domestica e aiuta a non perdersi. O quantomeno a inciampare con più consapevolezza.

Se poi c’è qualcuno che ancora ha il coraggio di sostenere che provare a dire tutto questo con una traccia di nove minuti è un controsenso, mi spiace, ma di viaggi, di attese e soprattutto di piacere… non ha capito un beneamato cazzo.

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