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L'allegro archeologo

Kodak Black

Close to the Grave

Ennesimo singolo del secondo album ufficiale Dying To Live, ma stavolta Kodak Black è in veste molto tetra e introspettiva. Non che sia mai stato allegrissimo, eppure qui c'è qualcosa di molto brutto sotto quella pala e quella terra smossa. E lui, sopra, non fa che agitarsi, dicendo di voler tenere una roba chiusa nella tomba e condendo il terreno con qualche bibita gassata, alcolica e iperglicemica.

La notte è fredda e nera. E tu sei un nero con un giubbino nero e un nerissimo casino in testa, da cui fatichi ad estraniarti. Parte la base: triste, toccante e che rolla e blurpa pianolismi nella tenebra sparsa come un treno (l'ultimo treno di passaggio).

Il rapper americano se ne sta lì e lo vede avvicinarsi, il suo ciuf ciuf; non ci fa salire su il culo inumidito dal suolo notturno, però, ma una criptica confessione, fatta di rabbia e dolore in rima. Il carico di depressione hip hop continua a titillare sui binari della disfatta, e lui resta indietro: ha vuotato il sacco. E ora ci sbatte forte una pala sopra.

Di recente, Kodak è stato arrestato per via di un video passato su Instagram, in cui porge a un ragazzino due canne: una con il tamburo in cima e l'altra piena d'erba allegra. Vabbè, dai: in realtà non è un autentico ragazzaccio, anche se i suoi testi parlano di crimini – non si capisce se commessi e ancora da spammare, o da commettere ma già inscenati nella speranza di celebrarli in musica.

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