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Cesare Malfatti: Avrei
Un chitarrista non si nasconde mai solo dietro un dito
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La storia è adesso, ma è sbagliata.

Cesare Malfatti
Avrei

Cesare Malfatti ha sempre avuto un rapporto strettissimo con il passato, proprio nel senso archeologico del termine: inizialmente gettando in prima persona le fondamenta di quella che è stata l’età dell’oro del rock in italiano. Poi – nei panni di direttore degli scavi, una volta che il tetto era venuto giù rovinosamente e senza preavviso – a cercare di setacciare reperti e cercare di tirar via la polvere, riportando alla luce inaspettate rarità.

È stato un “fil rouge” che si è dipanato calmo negli anni, fin dai tempi in cui seminava i germi di un primo nucleo di Afterhours, passando per l’apice della sua carriera in cui musicava testi come questo a firma del compagno Mauro Ermanno Giovanardi. Oppure faceva man bassa di premi Ciampi e targhe Tenco, accompagnando un’idea tutta sua di cantautorato con dei campionamenti degli Einstürzende Neubauten. Per arrivare alla sua ultima fatica solista, risalente all’anno scorso, dove ripescava canzoni perse solo per il gusto che non passassero inascoltate.

Oggi, con il nuovo La Storia È Adesso, l’ex La Crus porta questa sua tendenza all’estremo – approcciando le proprie ossessioni con uno spirito a metà tra l’archivista nerd e l’allestitore di un museo che non ha paura di scendere negli scantinati – e va a rovistare nel passato del suo avo Valeriano Malfatti, podestà di Rovereto per quarant’anni (dal 1880 al 1920), nonché deputato trentino al parlamento dell’Impero Asburgico a Vienna.

Per farlo, usa come suo solito il modo meno ortodosso, ovvero registrare e rimescolare i suoni delle Macchine Intonarumori inventate nel 1903 dal futurista Luigi Russolo (pioniere del “noise” nel vero senso della parola), per poi cantarci sopra testi sparsi di autori vari – tra cui Dimartino, Giulio Casale e Alessandro Grazian.

Avrei è una canzone in prima persona condizionale presente, con tutti pro e contro del caso, principalmente riassumibili nella sua essenza di promessa non mantenuta, tragicamente messa di fronte allo specchio – nel quale guardare con attenzione tutti i tic dei nostri esaurimenti nervosi – da quell’inesorabile “ma poi”.

Perché ammesso che sia sul serio adesso, la storia, è cosa nota che sia pure cinica, bara e soprattutto ciclica. E allora, gira e rigira, inevitabilmente sempre si finisce a rimanere – stanchi, indispettiti e alla costante ricerca di un colpevole diverso da noi stessi – fermi qui.

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