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Caso: Fosbury
La posa di chi se ne frega
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Canzoni che non piacciono alla gente. O forse sì?

Caso
Fosbury

L’hinterland di Bergamo non deve essere poi così diverso da quello di Ferrara: un orizzonte disteso a perdita d’occhio in quell’irresistibile nulla padano, solo idealmente confinato tra un film dell’orrore sbiadito, un’autostrada con visibilità ridotta causa nebbia e, sullo sfondo, le luci aliene di una qualche centrale elettrica.

Non a caso (perdonate l’inevitabile gioco di parole), Andrea Casali si porta dietro ormai da anni la scomoda etichetta di un Vasco Brondi che non ce l’ha fatta.

Per fortuna, verrebbe da dire. Perché in questo modo – mentre la parabola brondiana consumava tutto il proprio arco fino a cortocircuitare volontariamente il suo lume, per evitare di essere spremuto fino alla buccia da quella sanguisuga che è il concetto di “indie italiano” – Caso si è potuto permettere il lusso di non diventare nessuno, sempre fedele al suo piccolo mantra punk che gli impone di non confondere mai popolarità con qualità e successo, continuando a fare il suo mestiere e cioè quello di “scrivere canzoni che non piacciono alla gente” (come dice lui stesso, con quel tocco paraculo di chi mente sapendo di mentire).

E così è andato avanti per quattro album, sempre convinto che ogni disco nuovo fosse l’ultimo. Non c’è mai riuscito. Non ancora, almeno, visto che Ad Ogni Buca è il quinto (il secondo, dopo il precedente Cervino, in cui abbandona la solitudine acustica per un sound più elettrico sorretto da una vera e propria band) e già in un attimo riesce a far impallidire i precedenti, riportandoci senza particolari rimorsi dentro fino al collo in quel rock secco e scarno che avevamo cercato di dimenticare dopo gli anni ‘90, suonato come si faceva a quei tempi là: in tre – chitarra, basso e batteria.

Il resto è talento allo stato puro: piccole storie di un’epica quotidiana che uniscono stralci di vita comune, decontestualizzandoli e rendendoli universali.

Adolescenziale, diranno i suoi detrattori, che quelle storie le hanno dimenticate. Post-adolescenziale, diranno coloro che quelle storie se le sentono prudere addosso (anche se non vogliono ammetterlo).

Può darsi, ma la domanda è un’altra, ovvero: dove sta la differenza? Appurato che non si cambia mai, che cos’è l’adolescenza, se non quel periodo in cui ci siamo fatti vedere per quello che siamo, giusto un attimo prima di chiudere paure e ambizioni dentro un baule, facendo ben attenzione a lasciar le chiavi dentro?

Nel senso, se questa deve essere la nostra presunta maturità, ben venga l’amarcord.

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