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Riccardo Ceres: Vado a Milano
La macchinetta (del caffè), però, fammela trovare
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Un viaggio nel blues ruvido, da New Orleans a San Francisco, passando per Milano.

Riccardo Ceres
Vado a Milano

La prima volta che ho ascoltato Vado A Milano non sapevo che si intitolasse così, né chi ne fosse l’autore. Ero calamitata dall’intro: un rullante bandistico su un tappeto di Hammond, accenti di chitarra gracchiante e un giro di basso familiare. I Doors del ‘71 che suonano con Dr. John, suggeriva qualcuno.

Prima o poi entrerà una voce, dicevo tra me e me; una voce femminile, sussurrata, flebile. Non so perché: sono quelle continuazioni naturali che ti aspetti. E invece è entrato il vocione di Riccardo Ceres. Una voce ruvida, alla Tom Waits, avvolta dalle foglie di tabacco e dal rum invecchiato bene. D’altra parte la canzone è sua, l’ha scritta lui e, dunque, è giusto che ci canti su.

Ceres è un bluesman campano, di esperienza ventennale, e la “meridionalità” permea tutta la sua produzione. È anche autore di musica per film (tra gli altri, Perez, con Luca Zingaretti e Marco D’Amore).

Vado a Milano è tratta dal suo quarto album, Spaghetti Southern; un disco che ha il potere di farti sentire contemporaneamente a New Orleans, San Francisco e Napoli. Non è cosa consueta.

La canzone racconta di un migrante – o meglio, di un “terrone” – che va a Milano, appunto, in cerca di fortuna. Purtroppo, una volta arrivato a destinazione, il nostro ha la sventura di incappare in una donna che non sa fare il caffè. Un dramma di enorme portata. Ma mai quanto «lo spazzolino con Betty Boop che sorride triste» che lei gli fa trovare in bagno.

Meglio tornare al sud. Specialmente se poi ne escono album così.

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