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Il freddo più pungente, accordi secchi e tesi

Ismael

Canzone della Vedova

La parola “cantautore” è più complessa di quello che sembra. Oltre l’immagine superficiale di un tizio che scrive le sue cose e poi, invece di leggerle e basta, ci mette una melodia sotto, la storia della musica ci ha lasciato in eredità almeno almeno cinquanta sfumature di archetipi indecisi sul da farsi, che vorrebbero ma non possono nessuna delle due cose o che riescono così bene in entrambe al punto da risultare bestie ibride che non sai più in quale gabbia rinchiudere.

Almeno finché non è arrivato il Nobel a Bob Dylan e tutta la questione ha preso la strada del misero flame su Facebook, finendo direttamente in vacca senza ripassare dal via.

La verità, come spesso accade, è abbastanza scontata e può essere riassunta in un dato di fatto estremamente semplice: saper scrivere aiuta a scrivere canzoni migliori.

I motivi sono molteplici, alcuni dei quali – se non vogliamo stare a tirar in ballo poesia ed emozioni – strettamente tecnici: c’è un’economia di note che deve essere bilanciata da una manovra in deficit di parole e, per costruire un equilibrio del genere, servono lacrime e sangue, ovvero un’austerità e una padronanza metrica e lessicale che riescano a evocare in maniera vivida pur asciugando il fiato.

Padronanza che Sandro Campani – musicista, cantante e autore di quasi tutti i pezzi degli Ismael – possiede, appunto, in quanto in primis scrittore di talento.

Canzone della Vedovauna cavalcata intensa, compatta e tesa, figlia di un duello tra il Francesco De Gregori più disilluso e il Sergio Leone più polveroso, un western di periferia estrema, consumato a colpi di sax e chitarra nella desolazione della bassa padania – ne è la testimonianza e, non a caso, fa parte del cospicuo sottoinsieme di 15 brani (sui 49 che in totale compongono i quattro album licenziati fin qui dalla band reggiana a partire dall’omonimo debutto del 2008) che si intitolano “canzone di/per qualcosa/qualcuno”.

Numeri alla mano, più del 30% della produzione complessiva: scelta tanto abbondante quanto apparentemente discutibile e retrò, che potrebbe spalancare la porta a una facile ironia su una formazione non certo incline a esagerati sforzi creativi in termini di copywriting, ma che in realtà è più che giustificata. Perché scrivere canzoni (nel vero senso della parola – di entrambe le parole, intendo) è un mestiere non banale: se sei capace di farlo con questa perfetta, artigianale e complice commistione di forma e sostanza, hai tutto il diritto di ribadirlo fino alla nausea.

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