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Farsi male, ma con le dovute precauzioni

Esterina

Santo Amore degli Abissi

Ci sono band che hanno il successo che si meritano; altre che riempiono i palazzetti ma non ci si spiega come; un bel po' di gente che è giusto non si fili nessuno... E poi c'è Esterina®.

La formazione toscana – a dispetto di un catalogo che vanta ormai quattro album costantemente al di sopra della media nazionalesembra disgraziatamente rimasta bloccata sotto il cono d’ombra della propria bravura, vittima consapevole della sua stessa coerenza, come un minuscolo segreto nascosto e custodito gelosamente da pochi, affezionati adepti.

Sarà per il nome che ci riporta alle nostre nonne, piccole grandi donne di un’Italia minore, e che volutamente prende le distanze dai battesimi roboanti di un certo immaginario rock. O forse per il fatto che in questo paese, se da un lato sei arrivato troppo tardi per salire sul treno degli anni ‘90 (quando l’alternative italico si convinse che poteva sul serio cambiare le carte in tavola) e dall’altro rifiuti per scelta di cadere nella trap(pola) di un generico, attuale "it-pop", finisci in quella terra di nessuno dove tutti ti guardano da una certa distanza di sicurezza, a metà tra il diffidente e il sinceramente rammaricato, nemmeno fossi un animale esotico dietro le sbarre di uno zoo.

Fatto sta sotto la superficie del marchio Esterina® ci sono esseri umani che scrivono canzoni per esseri umani (vale a dire roba viva, passionale e oculatamente imperfetta) fin dal 2008, ma si son dovuti rassegnare a spiattellarlo nel titolo di un album, visto che da queste parti o si spiegano le cose come a un bambino di quattro anni oppure si diventa subito radical chic.

Canzoni che hai bisogno di far macerare dentro per apprezzare appieno, vestite di un intricato groviglio di sonorità che va dall’indie americano alla Versilia, da un certo tipo di cantautorato colto nostrano a un post-rock d'oltremanica storicamente strumentale (i suoni di Santo Amore degli Abissi, non a caso mixato da Gareth Jones, starebbero senza problemi in uno degli ultimi album dei Mogwai), ma che qui invece viene raccontato da una voce atipica e che si muove pericolosamente in equilibrio tra la melodia e la stonatura, senza mai però scivolare dalla parte sbagliata. Briciole di significati intensi lasciate cadere lungo il cammino, a uso e consumo di chi sa riconoscerle, vuole capirle e ha la pazienza di piegarsi a raccoglierle.

Perché è vero che, in generale, «la vita è bella quando fa come gli pare» (e fin che la barca va, tocca accontentarsi). Ma per scendere a pescare la tua personale moneta sul fondo dell’oceano, un minimo di impegno ce lo devi mettere. Almeno trovare il coraggio di buttarti anche se l’acqua è gelata, trattenere il fiato finché puoi e sgranare bene gli occhi contro la salsedine, in modo da essere sicuro di non perderti quel poco di bello che ti galleggia intorno.

Vedrai che non sono solo stronzi.

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