Big Red Machine: Hymnostic
Come cantava Bruce Springsteen, two hearts are better than one
 
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Cosa succede quando s'incontrano uno dei migliori cantautori dei nostri giorni con uno dei polistrumentisti più dotati in circolazione?

Big Red Machine
Hymnostic

Luca Villa
Luca Villa

Il montaggio della grande macchina rossa inizia una decina d’anni fa circa, quando Justin Vernon (in arte Bon Iver) e Aaron Dessner dei National incidono la canzone Big Red Machine per Dark Was the Night, una bella compilation i cui incassi vengono devoluti all’organizzazione Red Hot mirata alla prevenzione dell’AIDS.

I due si ritrovano qualche tempo dopo e, dal 2016, continuano a incontrarsi assiduamente, buttando giù idee su idee. Vuoi per una birra in più o altro, riescono ad incidere materiale sufficiente a comporre un disco di ben dieci pezzi. Canzoni che sono una più bella dell’altra e che candidano l’album tra i migliori ascoltati in questo 2018.

In Hymnostic i due mettono in bella mostra quello che sanno fare meglio: comporre divinamente. Tre minuti e mezzo che sono l’ideale ponte tra le ballate pianistiche alla Tom Waits e le atmosfere di Hail to the Thief dei Radiohead.

La voce di Vernon, come sempre ben filtrata, da una parte; l’emozionante tappeto elettronico architettato da Dessner, una melodia soul che ti si appiccica addosso e non se ne va più via, dall’altra. Il soul è fatto per entrarti dentro, anche se cantato su basi digitali. Che è proprio quello che fanno i Big Red Medicine, riuscendo a toccare le corde più sensibili dell’anima.

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