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Lunghi

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Extended Play

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Any Other: Capricorn No
Tutta la serena allegria che accompagna l'ingresso nell'età adulta
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C’è chi non cresce mai e chi cresce troppo in fretta, chi cresce bene e chi cresce peggio, chi cresce in larghezza e chi cresce in altezza. Una sola cosa è sicura: raramente la cosa succede senza rimorsi o, almeno, un po’ di nostalgia.

Any Other
Capricorn No

A parte Peter Pan e Wayne Coyne, tutti a un certo punto punto dobbiamo farcene una ragione e capire che è arrivato il momento di crescere.

Crescere è fico (puoi complicarti la vita con le “cose da grandi”, come andar via di casa, prendere la patente, iniziare a comprare i dischi in vinile), ma comporta tutta una serie di inconvenienti che, persi nella sbornia di euforia iniziale, non sempre vengono considerati. Tipo i reumatismi, le cravatte, cercarsi un lavoro e aver meno tempo per le Instagram Story. Almeno teoricamente.

Crescere vuole anche dire passare dalla più indie delle etichette indie del Bel Paese (quella fondata da un gatto, non so se ci siamo spiegati) a una delle major del panorama “indipendente” nostrano, da video fatti su Snapchat a una cosa come questa (un po’ neo-esistenzialista – alla Lettieri, diciamo), da un disco d’esordio che non sfigurava nel ruolo di figlioccio di Pavement e Built To Spill a un secondo capitolo che prende Mount Eerie e Feist e fa ascoltar loro un bel po’ di Coltrane d’annata.

Crescere significa arrivarci passando per collaborazioni “eccellenti” (se virgolette e aggettivo rimangono comunque troppo vaghi, facciamo i nomi: Colapesce, M¥SS KETA) e iniziare a promuoverlo con un tour europeo ancora prima di iniziare a girare lo Stivale.

Tutto questo per concludere che, ascoltando Two, Geography, sembra sul serio che gli Any Other siano cresciuti tutto d’un botto: una consapevolezza nuova ed evidente, sperimentazioni e arrangiamenti eleganti, fiati e pianoforte, melodie pensate e mai banali.

D’altra parte, perché non provare a bruciare le tappe e uscire dal coro delle voci bianche il prima possibile, soprattutto se, come Adele Nigro, hai un talento compositivo fuori dall’ordinario e un approccio alla scrittura così “americano” che non ti fa vergognare quando ti presenti come italiano all’estero? Se infatti c’è una cosa che è facile prevedere non mancherà, in questa storia, è la capacità di gestire una tale maturità anticipata senza il rischio di trovarsi con le braghe corte e le scarpe strette a causa dell’improvviso sprint verso l’età adulta, così come quella di fare il famoso “salto più lungo della gamba” evitando distorsioni, stiramenti o pericolose perdite d’equilibrio.

Quindi ben venga tutto il necessario spellamento di mani per quella che pare una promessa già definitivamente mantenuta, a patto di lasciar libero un angolo di cuore dove andare a nasconderci quando sentiremo quel riffettino di chitarra in sottofondo sul finale e lo troveremo così spudoratamente “malkmusiano” da scoprirci a sussurrare sottovoce il nostro più timido sospiro di sollievo: a metà tra un esplicito “per fortuna!” e la confortante presa di coscienza che, se anche per oggi cresciamo domani, va bene lo stesso.

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