Mudhoney: Paranoid Core - Recensione e video su HVSR.net
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Mudhoney

Paranoid Core

Le grandi notizie sono due. La prima è che i Mudhoney sono tornati con una nuova canzone, il primo estratto dal decimo disco in studio del gruppo che uscirà a fine settembre. La seconda è che la band più longeva di Seattle pare oggi, dopo trent’anni di onorata carriera, ancora in ottima forma.

La loro proposta musicale, se si escludono le sonorità dilatate e psichedeliche di Since We've Become Translucent, è sempre rimasta più o meno la stessa. Ascoltare un nuovo pezzo dei Mudhoney nel 2018 fa l’effetto di vedere un vecchio film di Russ Meyer. Dopo un secco riff distorto sai già che entra la sezione ritmica, sulla quale s’innesta la voce scomposta di Mark Arm – così come nei film del re dei b-movie a una scena di sesso ne seguiva una di corse in macchina. D’altronde, voi cambiereste gli ingredienti della carbonara?

Quello che invece stupisce della nuova Paranoid Core è il testo (si parla di robot e alieni drogati che rubano lavori e che stuprano le mamme, ed è solo il primo verso!), che ricorda da vicino quelli irriverenti e sarcastici di Jello Biafra dei bei tempi che furono coi Dead Kennedys. Dice il cantante: «Il mio senso dell’umorismo è sempre stato dark e questi sono tempi oscuri; quindi credo che sia diventato ancora più dark».

Curiosità: il nome della band è stato scelto nel 1988 come tributo al film Mudhoney, girato proprio da Russ Meyer nel 1965. Nessuno del gruppo, al tempo del "battesimo", lo aveva effettivamente visto.

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