Descendents: Pavlov’s Cat
Skate or die
 
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È giunta l'ora di appendere lo skate al chiodo?

Descendents
Pavlov’s Cat

Luca Villa
Luca Villa

I leggendari Descendents, per me, hanno sempre significato una sola cosa: skateboard. Ogni qualvolta, da teenager, mettevo una loro musicassetta nel walkman, tutto ciò che mi veniva voglia di fare era salire sulla tavola e andare in giro per la città.

Correva l’anno 1996 o giù di lì e tutti ascoltavano gli Offspring, i NOFX, i Pennywise e compagnia bella. L’hardcore melodico che aveva preso in prestito le idee migliori dei Bad Religion e dei Descendents e, opportunamente limate le impurità (a.k.a. rendendo più accessibile questo sottogenere), era riuscito a salire nei piani alti delle classifiche di mezzo mondo. Smash, Punk in Drublic e About Time vendevano migliaia di copie, milioni in certi casi: Everything Sucks – al pari di quel piccolo capolavoro di The Quickening dei Vandals – lo ascoltavamo in quattro persone, invece.

A due anni di stanza dal discreto Hypercaffium Spazzinate, i Descendents sono tornati con un nuovo pezzo che non morde e non graffia come quelli del passato. Insomma, non ho avvertito quel riflesso condizionato studiato da Pavlov che avrebbe dovuto farmi salire sullo in skate.

Il cantante (e biochimico) Milo Aukerman oggi ha cinquantacinque anni; io rimango una schiappa sulla tavola e forse anche la parabola artistica dei Descendents, come quella di molte altre grandi HC punk band dei bei tempi che furono, si avvia verso la conclusione.

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