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Sento prima l’acqua con i piedi, perché ho mangiato la mozzarella in carrozza poco fa

Spiritualized

I'm your Man

Ladies and Gentlemen, they’re floating in space no more!

Il nostro astronauta preferito ha perso l’equipaggio e la nave spaziale e ora è costretto a imbarcarsi in un viaggio fatto di tappe tutte ben ancorate sulla superficie terrestre (perché la gravità vince, sempre), alla guida di una vecchia, bellissima Ford Plymouth Fury III del 1969 – anno, guarda caso, dello sbarco sulla Luna – mentre ammira malinconico il sole che, troppo lontano, scompare dietro il banalissimo orizzonte del nostro banalissimo pianeta.

Jason Pierce, nel corso dei suoi trip interstellari, è sempre stato un po’ ossessionato dall’utilizzo di parole, melodie e iconografie prese dalla "Grande Storia della Musica": le ha scelte con cura, sezionate e messe a bagnomaria in altre atmosfere, in modo da dar loro un peso e un respiro diversi o anche solo una strizzatina d’occhio a mo’ di omaggio. Giusto per rimanere nell’ambito del già citato capolavoro degli Spiritualized, la opening (nonché title)track era un mash-up tra la “melancholia” strisciata dell’ex-Spacemen 3 e I Can’t Help Falling in Love with You di Elvis Presley, così come la seconda traccia s'intitolava Come Together e Cop Shoot Cop prendeva in prestito qualche verso da Sam Stone di John Prine.

Non stupisce quindi che – dopo sei anni di silenzio radio interrotto giusto dai recenti messaggi in codice morse – il nuovo singolo s'intitoli I’m your Man (ma non sia una cover di Leonard Cohen) e anticipi un album in uscita a settembre che si chiamerà And Nothing Hurt (ma non avrà niente a che spartire con l’ultimo di Moby).

Per quanto detto, stupisce ancora meno che il video, diretto da Juliette Larthe, descriva una malinconica e commovente visita guidata ai luoghi leggendari del rock sparsi per il sud della California: dalla Joshua Tree Inn (nella cui "Room 8" Gram Parsons perse la vita per un mix di alcol e droghe nel 1973) al Moon Fire Ranch (un complesso di edifici costruito per il set di un film, teatro, nei tardi 60's, di mitologici party privati organizzati da Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Doors, tra gli altri).

Vestito di tutto punto con la sua tuta spaziale, J Spaceman, prima di partire, fa la valigia e la riempie dei suoi santini: una statuetta di Hank Williams, un ritratto di The King, appunto, una foto di Link Wray, un portachiavi della Sun Records. Mette in moto, aggiusta lo specchietto retrovisore sporco di impronte che sembrano fossili e ci ricorda che la nostalgia, anche se fa male e crea dipendenza, è comunque stata linfa vitale per le migliori canzoni di sempre.

Questo pezzo – una marcia country-blues che cresce lenta, tra fiati umidi e mormorii di chitarre vintage così vicine ma così lontane – ne è l’ennesima testimonianza.

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