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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Parquet Courts: Total Football
Mogol, Gianni Morandi, Pupo e Paolo Mengoli, nella prima formazione della Nazionale Cantanti

Il calcio totale prevedeva di attaccarli tutti insieme; il problema, poi, era riuscire a staccarli se avevi sbagliato il posizionamento in campo.

C’erano una volta Johan Cruijff, i Mondiali del 1974 e la nazionale olandese. C’era una volta il calcio totale e questa sua teoria romantica secondo cui, in una squadra, nessuno degli undici esecutori valeva più della somma complessiva. Anzi, a ognuno di loro era richiesto di saper ricoprire anche il ruolo di tutti gli altri, perché si sa: cambiando l’ordine degli addendi il risultato deve rimanere lo stesso.

In principio fu Bruno Bolchi e una fotografia in bianco e nero successivamente ridipinta di nerazzurro, stampata e imbustata – grazie alla mitica Fifimatic – per dar vita alla prima di una serie infinita che avrebbe colorato i nostri sogni (e i nostri incubi) di bambini, trasformandoci tutti in piccoli, meravigliosi capitalisti, maestri nell’arte dello scambio in base a una qualunque legge di domanda/offerta.

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Sarà per via di quella esaltazione del collettivo, oppure questa solita componente di hipsteria retromaniaca, ma i Parquet Courts hanno deciso di impastare queste due forme di nostalgia in una polpettina commovente e – con tanti anni di ritardo e tempistiche a dir poco da paraculi – darcela in pasto giusto in tempo per la fase a gironi di Russia 2018.

Questa l’unica idea brillante, perché, dopo gli esperimenti extra-coniugali con Daniele Luppi, i quattro tornano tra le braccia del loro amato, generico post-punk privo di particolari acuti. Total Football è tratta dal freschissimo Wide Awake! ed esce in edizione limitata su vinile da 7” decorato in perfetto stile Panini anni ‘70, compreso un set di figurine da attaccare a piacimento, in modo che ognuno possa comporre la propria personale copertina. In pratica, il primo singolo della storia a contenere un… album, invece che viceversa.

A dirla tutta, il classico caso in cui la scatola vale più del contenuto, visto che, se da un lato il packaging è così sfizioso da correre il rischio di non poter mancare in qualunque collezione che si rispetti, dall’altro – a livello musicale – nella classica cernita “celo / manca / celo / manca”, questa ce l’abbiamo già: doppione carino o poco più, che non aggiunge molto al discorso già imbastito da Andrew Savage e compagni.

Non che ce ne fosse necessariamente bisogno: la formula della band texana è rodata e funziona, ma diciamo che il Pierluigi Pizzaballa di turno, ovvero l’elemento che darebbe quel tocco di completezza a tutta la raccolta, è ancora ben nascosto, introvabile, tra le bustine buttate di qualche edicolante di periferia.

Parquet Courts 

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