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Born slippy

Iggy Pop & Underworld

Bells & Circles

La patina di lontananza quasi sottomarina dell’incipit del pezzo è una piccola discesa scollegata da ciò che l’Iguana canta. I bei tempi andati, la denuncia di tempi devastati come quelli attuali (in parte ironica), le ali del ritornello che prendono il volo sonoro da una rincorsa.

D’altronde, Iggy Pop e gli Underworld sono decenni che si rincorrono – se state pensando a Trainspotting, ci avete preso. La rincorsa è il suono che parte da lontano per arrivare al ritornello e alzarsi da terra.

Bells & Circles è sonicamente la versione più danzereccia e allo stesso tempo aggressiva degli Underworld: meno dalla parte gioiosa degli anni '90, più da quella techno-jungle, incarnata da loro stessi e dai Chemical Brothers – ma con sprazzi che includono la contemporaneità elettronica, quantomeno per quella grana di remoto, di perduto (qualcuno ha detto dubstep?). Come a dire: togliamo l’amore di quegli anni, ci mettiamo questa disillusione che tutto avvolge del presente.

Iggy, invece, declama uno spoken word trafitto da un coro caciarone nel ritornello, in cui l’esperienza di fumare come passeggero di un volo di linea diventa lo spioncino per osservare il mondo che cambia, dalla sua prospettiva parziale ma duplice: l’aereo del testo, il terreno e potente che sfonda i timpani – con classe – del tappeto sonoro sotto di lui. Dio li benedica. Dio li faccia volare.

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