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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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Young Fathers: Toy
Sul serio? Ancora con ‘sta storia dei gatti fritti nei ristoranti cinesi?
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Piccoli dittatori (non) crescono.

Young Fathers
Toy

Se ci pensate, non è che stupisca più di tanto trovarsi di fronte a una clip piena di bambini: è vero che l’essere didascalici è fuori moda e la coerenza di contenuti al giorno d’oggi ormai un optional, ma stiamo pur sempre parlando di una band che si chiama Ragazzi Padri.

Che poi i giovani interpreti in questione siano dei piccoli Trump e Putin alle prese con il famoso “gioco del potere”, rende solo lo scenario più inquietante (e divertente) allo stesso tempo. Ma torneremo sull’argomento a breve.

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Gli Young Fathers suonano una roba inzuppata di R&B, hip hop e mille componenti “black”, ma non puoi esattamente definirli dei “rapper”. Risulterebbe impreciso e fuorviante. Anche tirare in ballo un certo trip hop – per quanto Edimburgo sia forse la “cosa” più simile a Bristol che c’è in Scozia – non sarebbe abbastanza.

Stanno piuttosto sotto il cappello di quella specie di “Dixieland al contrario” (siamo dalle parti dei TV On The Radio con meno chitarre o degli Algiers senza riferimenti alla letteratura Southern Gothic, alle Black Panthers e agli schiavi dell’Alabama) che ha portato la negritudine a sfondare con meritato successo in campi (rock, post-punk, elettronica) un tempo quasi esclusivamente monopolizzate da un establishment musicale “bianco”.

Toy è il terzo estratto dall’ottimo Cocoa Sugar a guadagnarsi l’onore di finire prima dietro una videocamera e poi su YouTube e quindi… il video, dicevamo. Diretto da Salomon Ligthelm e figlio di un concept arrivato come un’epifania nella testa del regista nel momento in cui ha visto una foto del Leader Supremo nord-coreano Kim Jong-un ritratto accanto ai suoi pupazzetti, dà al tutto una lettura politicizzata che il pezzo (per quanto viscerale e abrasivo) non necessariamente suggeriva.

Bisogna ammettere che non è la prima volta che capi di stato discussi o dittatori sanguinari vengono idealmente associati all’immagine di bimbetti viziati che fanno le bizze, perché il mondo non va come vorrebbero o gli equilibri internazionali non combaciano al millimetro con quelli che avevano preteso nella loro ultima letterina a Babbo Natale. Qui però si dà alla cosa un tocco di realismo visuale in più, solo per finire a concludere che — come dicevano i buoni, vecchi Bad Religion — questo è uno di quei casi in cui «truth is stranger than fiction».

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