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I am not your negro

Childish Gambino

This Is America

A sole poche ore di distanza dall'uscita del nuovo brano di Donald Glover, Erikah Badu gli ha dato la sua investitura via-Twitter, definendolo "un genio" e "l'Isley Brother che l'America ha perso".

Childish Gambino le fa eco nell'ambizioso video di Hiro Murai, esibendo la propria "negritudine" a dorso nudo, ballando una danza funky articolata sopra un ritmo compulsivo (come James Brown sapeva fare meglio di tutti) e snocciolando versi ossessivi che prendono a martellate la consapevolezza "politically correct" dei benpensanti americani. Perché è inutile fare gli ipocriti: la differenza tra bianchi e neri in Usa esiste ancora e l'elezione di Barack Obama, se è servita a sciacquare le coscienze, non ha risolto alla radice un malessere cementato nei secoli.

Donald Trump ha semplicemente rotto l'incantesimo, strappando il velo dell'illusione e rivelando il melting pot a stelle e strisce per ciò che veramente è: un calderone che mantiene intatte iniquità e diseguaglianze, risolvendo spesso i problemi con un colpo di pistola.

Tra cori gospel macchiati di sangue e ritmi afro, uno scarno hip hop irrompe con una revolverata, come a risvegliare il torpore di chi non vuole vedere che cosa stia accadendo nella comunità nera e, più in generale, nella società intera degli Stati Uniti.

Con una leggerezza che solo l'umorismo può regalare a un tema così pesante e spinoso, Gambino offre la faccia disimpegnata della "blackness", quella che i bianchi pretendono di vedere ignorando il resto: il sorriso, la fisicità del movimento e la ritmicità della musica, ossia il pacchetto del nero ripulito che già fece la fortuna della Motown. Uno stereotipo qui riproposto con sarcasmo, con parole che pesano come pietre: «Vogliamo solo festeggiare, vogliamo solo i soldi; pistole nel mio quartiere, sono così drogato; questa è l'America».

Trentatré anni dopo This Is Not America, il famoso pezzo di David Bowie e Pat Metheny, la canzone di Donald Glover suona come un monito: non ci sono più Ronald Reagan alla Casa Bianca e la Guerra Fredda, ma il ventre oscuro americano continua a sanguinare e l'infezione, questa volta, è ancora più purulenta e intrisa di razzismo.

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