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The Coral: Sweet Release
Siam fuggiti ai Caraibi con tutti i soldi che (non) abbiamo fatto
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I ragazzi son tornati (anche se, a ben vedere, non se ne erano mica mai andati).

The Coral
Sweet Release

I Coral una volta erano dei bravi ragazzi (per quanto si possa essere dei bravi ragazzi dopo esser cresciuti nel seminterrato del Flat Foot Sam’s Pub di Hoylake – penisola di Wirral, Merseyside) con i capelli più o meno corti e che volevano suonare il rock’n’roll, quello un po’ allegrotto che non puoi resistere dal battere il piedino per terra quando lo ascolti.

Oggi ce li ritroviamo invecchiati in maniera sapientemente trasandata (Lee Southall si è progressivamente trasformato nella controfigura di Sergio Pizzorno e gli altri sembrano i membri di una cricca di sbandati uscita da un film di Guy Ritchie), con nove album sulle spalle e un’onesta carriera che si è sviluppata – volutamente o meno? – più o meno ai margini dello stardom. Mica poco per un gruppo che, ai tempi del debutto, in molti avevano indicato tra quelli che avrebbero dovuto riportare la bandiera del Britpop in alto nei cieli del resto del mondo.

Non facciamo quindi troppo gli schizzinosi e godiamoci senza impegno Sweet Release, primo singolo tratto da Move Through The Dawn (in uscita a metà Agosto), e il suo surreale, ai limiti del burlesque, videoclip retrò in 4/3, che si candida a miglior reinterpretazione low-budget (così low-budget che la produzione ha fornito all’addetto ai costumi, oltre a uno stock di tute da metalmeccanico usate, solo un misero set di buste di carta) dell’iconico lavoro fatto a suo tempo da Michel Gondry per i Daft Punk.

Girato negli ambienti della Invisible Wind Factory, nuova location inaugurata un paio di anni fa nella zona del porto di Liverpool, diretto da James Slater e coreografato da Debbie Milner, il video ci ricorda essenzialmente due cose: 1) i Coral, almeno a livello musicale, raramente ti sorprenderanno con qualcosa di nuovo 2) però, quella roba che fanno da sempre, la sanno fare bene sul serio, visto che il r’n’r in questione è allegrotto quanto basta e il piedino, di nuovo, parte inconsulto a tenere il tempo sul pavimento, come fosse dotato di vita propria, che tu lo voglia o meno.

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