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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

Extended Play

C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

Moon Hooch: Acid Mountain
Le dimensioni contano, eccome
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Il classico power trio rock, più o meno.

Moon Hooch
Acid Mountain

I Moon Hooch sono il classico power trio rock, però senza basso e senza chitarra.

Ok, a voler essere precisi, anche senza voce. Al posto del basso hanno un sassofono, al posto della chitarra un altro sassofono e al posto della voce… niente. In pratica sono la band strumentale risultato di un esperimento in laboratorio andato sì fuori controllo, ma che già originariamente era stato concepito con intenzioni in bilico tra il bizzarro e il geniale: incrociare gli White Stripes con John Zorn e vedere l’effetto che fa.

Poi è andata come nei classici film di fantascienza anni ‘80: lo splendido mostriciattolo che ne è uscito fuori è scappato dal teatro della mutazione genetica in questione (nello specifico, il seminterrato della New School for Jazz and Contemporary Music di New York) e ha fatto perdere le sue tracce. Salvo poi ricomparire da un giorno all’altro ai bordi dei binari della metropolitana della Grande Mela, al centro di un capannello di curiosi che si erano radunati senza preavviso – ma solo a seguito di uno strano effetto “pifferaio magico” – interrompendo la loro corsa di formiche impazzite.

Da “subway busker” a protagonisti sui palchi dei maggiori festival nordamericani ed europei, il passo è stato più breve del previsto. Fondamentalmente perché James Muschler (batteria), Mike Wilbur e Wenzl McGowen (sax) hanno trovato la formula giusta per portare il jazz dei nonni direttamente sul dancefloor, con delle ritmiche pestate e un’energia votata all’“headbanging” che ha fatto alzare il sopracciglio incuriosito anche a qualche metallaro. C’è dell’elettronica, dell’hip hop, tanto funk, un po’ di distorsione sapientemente saturata e ovviamente chili e chili di sperimentazione ai limiti del carnascialesco (tipo suonare con un birillo per la segnaletica stradale come protesi di uno strumento a fiato).

Insomma, se pensate che caotici quanto esilaranti duelli a suon di strombazzate “baritono vs. tenore” non siano cose per voi, qui trovate tutto il materiale necessario per cambiare idea in poco più di tre minuti.

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