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Gengahr: Burning Air
Riflettiamo sullo stato del guitar rock
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La band di Stoke Newington che NME trattò con sufficienza. Ce ne fregasse qualcosa.

Gengahr
Burning Air

Interno giorno. Clicco “play” su Burning Air dei Gengahr (leggi: “Ghèngar”), e sento odore di NME.

Penso che, fossimo stati nel 2006/2007, la bibbia dell’hype chitarroso britannico, ormai condannata a una quieta sedazione cartacea, li avrebbe senz’altro avuti nel suo esclusivissimo radar. Bei tempi, quelli delle guitar band inglesi appena distinguibili tra loro. Ma ne abbiamo già parlato. Perché sparare sulla Croce Rossa?

Tuttavia, non siamo nel 2006/2007; curiosa come una scimmia, corro perciò a vedere quale trattamento il nostro faro della coolness, dalla luce ormai fioca, riservava a questo quartetto londinese, esordiente con l’album A Dream Outside quasi tre anni fa. Una sola, timida, stella, con il seguente verdetto: «L’innata disfunzionalità dei Genghar confluisce in melodie placide in cui vorresti cullarti per ore».

Non si capisce una mazza. Una stella, ma ci vorremmo cullare per ore.

I Gengahr sono una band dall’immaginario fantasy molto esteso (uno dei loro primi singoli si intitolava Fill My Gums With Blood, riempimi le gengive con del sangue), ma la loro storia segue un canovaccio piuttosto consueto: l’incontro a scuola, nel quartiere di Stoke Newington; il cambio di nome in seguito a minaccia di denuncia per violazione di copyright; un singolo nel 2014 (Power/Bathed In Light), notato e spinto dalla radio inglese; l’esordio in grande spolvero nella serie A dei debuttanti – Wolf Alice, Superfood, e Alt-J. Poi un secondo album e ora, a tre anni di distanza, quello nuovo, Where Wildness Grows (uscito da un paio di settimane su Transgressive Records), di cui Burning Air è il QUINTO singolo.

Verrebbe da salvarli anche solo per le chitarre abrasive. Ma la verità è che indugiano su riff, strutture e costruzioni già ampiamente esplorate negli ultimi dieci anni e passa, e hanno il problema di ricordare un po’ troppo una band a loro contemporanea, con un filo di esperienza in più: i Bombay Bicycle Club. Con la variante del falsetto che, però, nelle guitar band, ha raggiunto ormai l’effetto prezzemolo.

Quel prezzemolo che rimane tra i denti.

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