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Se te la giochi bene, un giorno tutto questo sarà tuo

Chvrches

My Enemy

Magari mi sbaglio, magari sono io che son prevenuto, magari loro sono solo tre ragazzi che volevano farsi un culo così con una sana gavetta e invece hanno coronato subito – loro malgrado – il sogno che coltivavano, ma i Chvrches mi sono sempre sembrati, se non vogliamo proprio usare parole brutte come “gruppo costruito a tavolino”, diciamo almeno gente parecchio brava nel “product placement”. Soprattutto quando il prodotto in questione sono loro stessi.

A partire dal nome (che si legge “Churches” ma si scrive CHVRCHΞS – nemmeno fossero una start-up che espone al Fuorisalone), passando per il fatto che gettarsi a cavalcare l’onda di riflusso del synth-pop a fine anni duemila non può essere certo definito un “obiettivo sfidante”, per arrivare a supporre maliziosamente che mettere a cantare una giornalista di The Line Of Best Fit sia stata, nella peggiore delle ipotesi, un’ottima strategia per partire con qualche recensione tanto gratuita quanto interessata.

Ma forse mi sbaglio sul serio, forse sono davvero io che son prevenuto: dopotutto, uno dei luoghi comuni più diffusi è che i critici musicali siano in gran parte dei musicisti falliti, quindi pure l’azzardo di Lauren Mayberry – di percorrere la parabola al contrario, dico – diventa nient’altro che la storia di un critico musicale che, fallendo, ce l’ha fatta.

Eppure non riesco a non pensare che anche la scelta di un duetto con Matt Berninger come singolo per promuovere il nuovo disco Love Is Dead vada in questa direzione: chi meglio del frontman di una delle band più rispettate del panorama indie degli ultimi anni – un quasi cinquantenne belloccio (ma non troppo), un po’ padre di famiglia (ma non troppo) e un po’ poeta maledetto (ma non troppo), che piace alle figlie ma contemporaneamente stuzzica un po’ anche le madri – per allargare il bacino di utenza, sia in termini demografici che di snobismo intellettualoide, senza andare però a confondere troppo l’attuale fanbase?

Che poi i due si conoscessero e fossero amici da tempo, che avessero già condiviso lo stesso palco, che si fossero addirittura intervistati a vicenda qualche anno fa, così come la constatazione che la cosa effettivamente funzioni – con lo splendido baritono di lui che va in parte a compensare la voce insopportabilmente infantile di lei, e un testo di “non-amore” scazzato che starebbe bene proprio addosso a una canzone dei National, se non fosse stato privato di ogni metafora e messo giù come dovesse essere spiegato a un bambino di quattro anni – non cambia la sensazione iniziale.

Sempre l’ennesimo, probabilmente riuscito, esperimento di marketing rimane.

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