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Fumare non è la sola abitudine malsana dei Chainsmokers.

The Chainsmokers

You Owe Me

Alex Pall e Andrew Taggart hanno costruito un giocattolo pop talmente perfetto che, apparentemente, gli è venuta voglia di smontarlo. E, soprattutto, di farlo davanti a tutti, cercando di mostrare che si può uscire dalla grande bolla, e imprimerle direzioni diverse.

Così, poco dopo Sick Boy, che aveva impreviste velleità da manifesto di una giovane America insoddisfatta, arriva un nuovo singolo nel quale alcuni ingredienti previsti nel giro delle hit da cento milioni di ascolti sembrano spostati, camuffati, lasciati in giro in modo casuale (il drop, la tastiera che riprende il tema vocale, i granitici quattro accordi di pari durata senza i quali i millennials fuggono atterriti).

Sia la musica, sia il testo mandano più di un segnale di insofferenza nei confronti di quella comoda strada verso altri milioni di dollari sulla quale la coppia d’oro potrebbe serenamente continuare a viaggiare. Nelle liriche di You Owe Me, come dei Luciani Ligabue d’America, i Chainsmokers mugugnano contro i media dai quali si sentono trattati come se non fossero esseri viventi (qualità che spesso è di ostacolo per il successo globale).

Il testo allude velatamente a fantasie di morte; il video clamorosamente le realizza. E una volta si sospettava che i giovani stragisti made in Usa ascoltassero Marylin Manson – ma chissà se invece oggi non sono più in sintonia con il pop YouTubista.

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