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Guided By Voices: See My Field
Il vero eroe di Dayton, Ohio
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Guidati dalla qualità, per l’ennesima volta.

Guided By Voices
See My Field

Ormai si è perso il conto delle canzoni scritte e del numero degli album pubblicati da Robert Pollard. A dire la verità si è perso pure il conto delle volte che i Guided By Voices – la sua creatura più prestigiosa, nonché una delle realtà più importanti emerse dall’underground statunitense degli ultimi quarant’anni – si sono divisi e riformati (a occhio e croce siamo arrivati alla terza reunion).

Più che ai numeri, Pollard è sempre stato interessato a giocare con il canonico formato-canzone-pop-rock-di-tre-minuti, prima demolendolo e poi ricomponendolo a colpi di epici riff di chitarra che richiamano tanto gli Who quanto la crème de la crème dell’indie a stelle e strisce, in quello che si potrebbe definire il classico sound alla GBV.

Lo stesso che sta alla base anche di See My Field, primo estratto dal ventiseiesimo album in studio in uscita il mese prossimo, che suona fresca e ispirata e non tradisce affatto l’età anagrafica del suo autore – sessantuno anni tra qualche mese.

Tempo fa, per cercare di spiegare le influenze dietro ad I Am Mine dei Pearl Jam, il bassista Jeff Ament disse: «I primi dischi dei Guided By Voices mi hanno sempre fatto impazzire perché scrivevano questi incredibili riff alla Who e li suonavano solo una volta e tu pensavi: “Cosa? Non posso credere che tu abbia scritto un riff del genere e lo abbia suonato soltanto una volta”».

In questo sta l’essenza stessa del gruppo americano: una soluzione solo apparentemente facile, un gioco da ragazzi per Pollard.

Luca Villa
Luca Villa

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