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Born in the U.S.A. (anzi, no: a Cuba)

Ministry

Antifa

Al Jourgensen detesta le autorità politiche più di ogni altra cosa. Quelle del suo paese, in particolare. E così, dopo che nello scorso decennio si è addirittura speso in una trilogia di dischi contro George W. Bush, oggi è il turno dell’attuale Presidente degli Stati Uniti.

Donald Trump è un bersaglio fin troppo facile per l’indignazione rock, ma il leader dei Ministry possiede uno stile personale: sparare a zero. Certo: ci si chiede se valesse la pena riesumare per l’ennesima volta la sua band più famosa, già data per morta e sepolta da lui stesso una decina d’anni fa… D’altronde, mai fidarsi di un tossico: e tossico, compiaciuto e recidivo, Jourgensen lo è da una vita, come ampiamente testimoniato anche dalla sua (a tratti) spassosa autobiografia.

Musicalmente parlando, questi Ministry appaiono poca cosa rispetto al passato – quasi una rimasticatura scolastica delle proprie canzoni più famose. La lettura più corretta, però, potrebbe essere un’altra: il musicista di origine cubana “utilizza” il gruppo come un assegno da incassare, per drogarsi e ripulirsi ciclicamente, riservando al solo lato lirico ed estetico la propria ispirazione.

Il gioco vale la candela? Forse no, ma è pur sempre confortante sapere che, accanto all’America ottimista raccontata da Bruce Springsteen, c’è sempre quella dannata di Al Jourgensen.

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