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Godflesh

The Cyclic End

E se l’avanguardia diventa retroguardia, come la mettiamo?

Per i Godflesh le cose non stanno esattamente così, ma quasi. Tra la seconda metà degli anni ’80 e gli anni ’90 rappresentarono una gran bell’avanguardia, sfiorando persino i confini di un mondo commerciale che, comunque, li avrebbe masticati e sputati fuori in un batter d’occhio. Si sciolsero nel 2002, un minuto prima di diventare la parodia di se stessi.

Tutto bene ciò che finisce ben(ino)? No, perché gli anni ’10 hanno portato l’“inevitabile” reunion, con tutto il corollario di concerti e tour speciali. E
quel senso di nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi. La legge della domanda e dell’offerta vince sempre, oh yeah.

Però, ecco, dai Godflesh 2.0 non possiamo davvero accettare dei dischi banali. A World Lit Only By Fire del 2014 – il primo dopo tredici anni – non lo era; e non lo è pure il nuovo Post Self. Parlare di capolavori e dintorni sarebbe inopportuno, ma Justin Broadrick e G. C. Green ne escono complessivamente bene.

Quando vogliamo ascoltare i veri Godflesh, puntiamo sempre sul passato. Ma se proprio tocca dare una possibilità a quelli contemporanei… questa è la versione ideale: stentorei e glaciali come da leggenda, ma con quel lucente sostrato melodico che, soprattutto all’inizio, aveva così ben caratterizzato i “fratellini” Jesu.

Musica da fine del mondo: vent’anni fa come premonizione, oggi come constatazione.

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