Tracce

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Fever Ray: Mustn't Hurry
Una delle rare foto di Karin dove sembra una persona ordinaria
↤ Tracce

La metà femminile dei disciolti The Knife è tornata, ma non è per niente come ve la potreste aspettare.

Fever Ray
Mustn't Hurry

Karin Dreijer Andersson, la metà femminile dei disciolti The Knife, è tornata. È tornata prendendosela piuttosto comoda, essendo ormai passati otto anni dal suo incredibilmente bello – e intrigante, e oscuro, e stregonesco – debutto solista intitolato proprio Fever Ray, nato durante e dopo la sua gravidanza. In mezzo, nel 2013, c’è stato un nuovo disco targato The Knife, quel Shaking The Abitual con cui il duo svedese si lasciava alle spalle la componente più melodica del proprio suono, mettendo invece sul piatto tutto il proprio carico ideologico di ispirazione anarcoide e femminista.

Ecco: in qualche modo Plunge, il secondo disco di Fever Ray, riparte da lì. Ancora una volta Andersson “scuote le abitudini” e anziché muoversi nei binari confortevoli del suo notevole debutto decide di deviare,e tingere a colori fluo immagini e atmosfere precedentemente in bianco e nero. Si accentuano i ritmi tribali, i suoni ruvidi e dissonanti; non si parla più di solitudine e di depressione post-partum e da privazione del sonno, ma di diritti e libertà sessuale, ispirandosi, come già in passato, al cosiddetto movimento queer.

↦ Leggi anche:
José González: El Invento

A dialogare con quella che è stata la primigenia incarnazione di Fever Ray c’è rimasto (quasi) solo un brano. Si chiama Mustn’t Hurry e non è, anche se sembrerebbe, un outtake del 2009. Ma le atmosfere sono quelle, i suoni pressapoco gli stessi; l’incedere è lento, marziale, e Karin torna indietro nel tempo quando canta «Got my babies / My own family / Something to stick in». Come a dire: sì, va bene il sesso e il rifiuto della dimensione patriarcale e il fatto che ogni volta che scopiamo è una vittoria (cfr. This Country) e, oh come vorrei esplorare con le mie dita la tua pussy (cfr. To The Moon And Back); ma c’è vita, e senso, anche nella famiglia.

E anche questo è un messaggio rivoluzionario mica da poco.

Se ti è piaciuta questa traccia, questa recensione o entrambe, perchè non condividere sui social?

 

Questa traccia è anche presente nelle seguenti playlist:

E se ti abbonassi?
Pensiamo che un altro giornalismo musicale, non basato esclusivamente su news copia-e-incolla e comunicati stampa travestiti da articoli, sia possibile. Noi, almeno, ci proviamo. Per questo in molti hanno scelto di sostenerci: perchè non lo fai anche tu?
.