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Una bella famigliola pop-indie-punk

Breeders

Wait In The Car

In Altà Fedeltà, il film, a un certo punto appariva un tizio ossessionato, nel negozio di Rob e gli altri. Sguardo allucinato, capello arruffato, abbigliamento da deboscia, giorni migliori alle spalle (si suppone). Veniva mostrato il suo feticismo per i dischi, puntualmente deriso dai tre negozianti del Championship Vinyl.

Sarebbe curioso conoscere i pensieri che quell'audiofilo compulsivo avrebbe potuto fare, a proposito delle Breeders.

In particolare, sulla scelta di lasciare fuori un pezzo come Safarietereo planare chitarristico in scorza pop, con accento sulla parte vocale, perfezione di sintesi indie rock – dagli album di lunga durata. Ma restano curiosità che annegheranno in una nicchia di riflessioni inutili. Quel che rimane è che le ragazze son tornate.

Dopo la reunion degli anni passati, il passaggio/ritorno della titolare Kim Deal alla casa-madre Pixies terminato con l’ennesima divisione, il vero miracolo è il seguente: da un lato il suono sempre uguale, impasto di chitarre distorte prima del tumulto, melodie vocali femminili ma non celestiali, pezzi brevi – non ricordiamo una cavalcata psichedelica dal minutaggio esteso, nelle loro produzioni.

Dall’altro lato, la gioia che si prova a constatare come, in una formula sempre uguale, ci sia una vitalità guizzante, di quelle che ti fanno affrontare bene la giornata, nonostante questa sia musica non più innovativa da taaanto tempo.

Ma queste, forse, sono pippe da nostalgici. O da tipi ossessionati dalla musica, fate un po’ voi.

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