Taylor Swift: Look What You Made Me Do - Recensione e video su HVSR.net
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Taylor controlla che tutti gli spettatori del concerto abbiano pagato il biglietto

Taylor Swift

Look What You Made Me Do

Si cita spesso lo sclero di Frank Sinatra contro il rock’n’roll («the most brutal, ugly, degenerate, vicious form of expression it has been my displeasure to hear») come contrapposizione tra un mondo che sta invecchiando e un altro nuovo, nascente, destinato a sancire la fine del primo.

Raramente si precisa che il quarantaduenne mafiosone si espresse in tal senso nel 1957, quando il ruspante sound dei pionieri aveva effettivamente dei canoni molto ristretti e le canzoni erano quasi intercambiabili tra un interprete e l’altro: Tuttifrutti andava bene per Elvis Presley, What’d I Say e Hound Dog andavano bene per Jerry Lee Lewis, Whole Lotta Shakin’ Goin’on veniva incisa anche da Little Richard e che problema c’era se Chuck Berry interpretava Rip It Up?

E, tuttavia, non fu del tutto strano quando per una serie di circostanze semicasuali – arresti, partenze per il militare – quella fase del rock andò a gambe all’aria e di quella parola, fino ai Beatles e alla loro disponibilità a crescere musicalmente, si fece tranquillamente a meno.

Ecco, in questo periodo eccepire sul Grande e Possente Pop comporta il rischio di essere additati come il vecchio Frankie da parte di chi ha sposato la causa della contemporaneità a tutti i costi. Ma di fatto, a fronte di una evidentemente minore ingenuità dei suoi protagonisti, il pop è sempre più una burattinata monocorde e leziosa con canzoni intercambiabili scritte da autori intercambiabili e produttori intercambiabili per protagoniste intercambiabili: Barbie Taylor, Barbie Katy, Barbie Gaga, Barbie Beyoncé, Barbie Demi, Barbie Miley, Barbie Ariana, e tanti altri modelli che ogni anno aggiornano il dogma del loro successo cambiando vestito e pettinatura e "attitude" – ma nell'aspetto meno importante del loro business (le canzoni) non fanno che rimescolare un numero limitato di note e ritmi, suonucci leziosi che vengono fatti passare per deliziosi e "storytelling" rozzo quanto un dibattito televisivo sui migranti.

Nel nuovo singolo Taylor diventa aggressiva, spara il suo "dissin" contro Katy, Kanye e Kim – il vero KKK che la disgusta – in un trionfo di già sentito (da altre Barbie passate per il restyling aggressivo, suggerito da un team di esperti), comunque rassicurante per la platea globalona che guarda il suo video (già centossessanta milioni) mentre fa altre cose, chatta in metropolitana, guarda Il Trono Di Spade, posta i selfie, insulta una webstar. Perché di fatto non è un pezzo per chi è interessato alla musica (gente che, beninteso, costituisce ormai un malvissuto fastidio per il music business), quanto alla saga delle star del nostro tempo e ai loro cruenti lustrini.

Perché occuparcene anche noi? Oh, per coerenza con il brano, cioè per sparare il nostro "dissin" contro gli altri critici musicali che ne danno conto seriamente. Guardate cosa ci avete fatto.

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