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Extended Play

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Arcane Roots: Indigo
Sono passati vent'anni da Nevermind dei Nirvana, e ancora si usano le camice di flanella
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Dal post-core al post-rock passando per il post-hipsterismo di quel barbone di Andrew Groves. Roba interessante.

Arcane Roots
Indigo

Si sente che le roots degli Arcane Roots sono nella musica di un certo impatto sonoro - quel post-core con sostanziali voglie progressive che ha trovato l’apice negli At The Drive In, ma ottime prove in tanta altra gente (tanta, non tantissima). Poi qualcosa deve essere successo - sarà stata colpa dei Muse, per cui gli Arcane Roots hanno aperto in Italia nel 2013? - ma la componente “core” è oggi solo più una tessera del puzzle del nuovo Melancholia Hymns, fresco fresco di uscita. Mettendo assieme le altre, emerge la voglia di Andrew Groves (cantante e autore del trio inglese, faccia da commesso hipster di negozio di informatica) di andare oltre (post-post-core?)

E andare oltre significa, in questo caso, essenzialmente togliere il piede dall’acceleratore. Come dire: dal post-core al post-rock. Chi aveva apprezzato l’esordio decisamente più movimentato di tre anni fa (Blood & Chemistry), si troverà ora per le mani un lavoro dove l’alternanza “piano/forte” vede una netta prevalenza del “piano” - o solo di esso, come in questa Indigo, che flirta con il dream-pop (post-post-core-rock-dream-pop?). Meno impatto, più atmosfera: d’altra parta la melancholia non è un sentimento che si può celebrare suonando come gli Slayer.

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