Guè Pequeno: Non Ci Sei Tu
Guè tiene il tempio
 
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Lontano dai Club Dogo, all'orizzonte di Cosimo Fini appare una poetica un po' più ampia del "bella zio".

Guè Pequeno
Non Ci Sei Tu

Paolo Madeddu
Paolo Madeddu

Con una mossa curiosamente d’annata, quasi a evocare i “45 giri con due lati A” (Beatles, Rolling Stones, ma anche l’Adriano Celentano di Una Carezza In Un Pugno/Azzurro), Guè Pequeno ha messo fuori in contemporanea due brani dal suo prossimo album: il rap cupista e ortodosso di T’Apposto e il romanticismo alla Drake di Non Ci Sei Tu.

In quest’ultima – su una base languida e sofisticata, con concessioni un po’ lounge ma certamente più internazionali di quelle cui il nostro hip hop è abituato – spicca un ritornello in cui l’Auto-Tune crea un clamoroso, quieto ululato da Dogo triste.

Il testo e le atmosfere paiono cercare un anello di congiunzione tra Tiziano Ferro e i rampanti della trap, fino al rap finale più “vecchia scuola”: «Occhi spalancati chiusi come Kubrick, io con la faccia da cane come Anubi. E conto i brividi lungo la schiena – mi rendo conto che tu sei un’aliena. Nel giardino tengo la tigre di Kenzo. Oggi ci sei tu, tu domani boh, non penso».

Vale la pena di segnalare, su YouTube, il commento più geniale, firmato da tale Matteo Antonini, che liquida brillantemente l’acceso dibattito: «Guè non sei più quello di T’Apposto».

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