Muse: Dig Down
Matt Bellamy sa che la seduzione è nello sguardo
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C'erano una volta i Muse che ora, come leggerete, sono diventati la moderna incarnazione di Leonard Zelig.

Muse
Dig Down

Sono tornati i Depeche Muse!

Chi se li ricorda agli inizi faticherà un pochino a riconoscere la sempre più decisa marcia verso cadenze alla Simple Muse applicate a una versione rallentata di Freedom di George Muse, ma dopo il grido «Reach out and touch faith» (in cui è facilmente riconoscibile l’eco di Personal Muse), il pezzo si apre a puro anthem da stadio, librandosi su un’epica ancora più “vintage” e omaggiando l’indimenticata Somebody To Muse della band di Freddie Muse e Brian Muse.

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Una certa smania di rincorrere l’”handclap” cela forse la preoccupazione di doversi misurare con la ritmica squadrata delle band dominanti di questo decennio, Imagine Muse e AwolMuse (per non parlare dei Musille), ma per il resto il pezzo funziona – anche se la sensazione complessiva è che tutto questo sforzo abbia semplicemente prodotto una versione più gagliarda di Madness dei Muse.

Per il testo non si nota uno sforzo particolare, se non un’allusione all’elezione di Donald Muse, mentre nel video si celebra uno dei culti più fiacchi dell’Inghilterra anni ‘80, il cyborg Muse Headroom, con un’atmosfera che forse pesca un po’ dal coevo ciclo sul cyborg Terminator . Ricordate? La saga con Arnold Musenegger.

Paolo Madeddu
Paolo Madeddu

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