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Quel che conta sono le vendite, i premi sono palle

Julio Iglesias

Jùrame

Uno dei grandi imbarazzi degli anni '70 è che quelli cui oggi viene raccontato che ovunque si ascoltassero i Ramones e Radio Alice, ignorano che le loro mamme e nonne in realtà sospiravano per il sorriso marpione di lui, Julio, figlio di un affermato ginecologo e padre di una celeberrima popstar – e capace nella vita di surclassare entrambi nei rispettivi comparti.

Con 159 milioni di album venduti nel mondo (e tenetevi pure i singoli come spiccioli, se avete bisogno di comprare un’isola o due) resta l’artista pop di lingua non inglese più apprezzato nel pianeta, conquistando addirittura un "n.1" nelle xenofobe classifiche britanniche.

Pur essendo giunto a una fase nella vita in cui vendere altri dischi non gli fa più caldo né freddo, Iglesias non riesce a rinunciare alla propria vocazione di macchina da soldi: l’album del suo ritorno è un disco di duetti – per lui, incredibilmente, il primo – cui prendono parte, tra gli altri, Placido Domingo, Omara Portuondo ed Eros Ramazzotti (un ex promessa del Real Madrid insieme a un ultras della Juve, in anticipazione della imminente finale europea).

Il disco è altresì dedicato al Messico, Paese dove i dischi si vendono (mentre nella sua Spagna, nemmeno la metà che in Italia) e ha un peso piuttosto consistente quando si tratta di valutare a chi conferire un altro Grammy. Ma non crediamo sia solo questo, che Julio ha voluto fare.

Sotto sotto, ha voluto rivendicare che quello che fa Enrique, forse il meno amato dei suoi otto figli, lui può farlo con più classe: se bisogna cantare sempre la stessa canzone, tanto vale farla in grande stile, rimettendo mano con l’illustre Juan Luis Guerra alla solita Pensami – ovvero Júrame, scritto quasi un secolo fa dalla messicana María Grever – e reinterpretandola da pirata e da signore.

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